Le basi dipinte di blu
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William Domenichini  

Le basi dipinte di blu

Articolo pubblicato su Transform! Italia (10/04/2024)

Occorre spendere e spandere per colorare le basi militari navali per renderle, nuove, adeguate ai tempi di guerra e dipinte di blu. Non si tratta di un vezzo da marinai, ma un vero e proprio mantra della Difesa, da anni. Se le basi navali diventeranno blu, le caserme saranno verdi, gli aeroporti militari azzurri. Se qualcuno pensasse ad uno scherzo, basta andare a leggersi i documenti programmatici pluriennali della Difesa. Le politiche del dicastero di via XX settembre, cambiano poco al cambiare dei ministri. Un’amalgama trasversale, ma con dei punti saldi. Non c’è austerità per il vis pacem, para bellum. Si depennano dalle priorità del paese, e dei consumatori, sanità, scuola, università, cultura, formazione, tutela del territorio, servizi essenziali. Scuole ed ospedali cadono a pezzi, i servizi sono sempre più inaccessibilmente privatizzati, e, visti i tempi che corrono, le risorse pubbliche vanno nel settore militare.

Tanti soldi, ma con sostenibilità, dicono. tuttavia al netto di retorica e slogan, i documenti raccontano un’altra realtà. Limitiamoci alle basi navali dipinte di blu. Il primo impegno nel bilancio dello Stato fu di circa 550 milioni (governo Gentiloni). L’appetito vien mangiando, così, nel 2024 (governo Meloni) la previsione di spesa raggiunge la cifra astronomica di 1,76 miliardi di euro. Per fare cosa, esattamente? Prima di entrare nel dettaglio, è utile fare un passo indietro. Anzi, allargare il punto di vista, globale.

In un paese con oltre 8.000 km di coste, la Marina militare è perno della strategica difesa degli interessi nazionali. Quali? Le attività estrattive di una multinazionale, come ENI, nel golfo di Nuova Guinea, con l’invio di unità di scorta nel contesto della missione Gabinia. Oppure con l’operazione Brilant Shield nel mar Baltico, in un contesto sempre più incandescente. Dopo il fatidico 17 ottobre le unità italiane lasciarono gli ormeggi, al seguito del gruppo navale d’attacco statunitense, capitanano dalla portaerei Eisenhower. Destinazione, mediterraneo orientale e mar Rosso, Una missione talmente strategica che non c’è traccia stenografica parlamentare alcuna. Poi la situazione si è surriscaldata ed ecco l’Operazione Aspides, un caso da manuale. A cose fatte si esprime il Parlamento, prendendo atto a larghissima e trasversale maggioranza. Poco importa se la tutela degli interessi nazionali in questo caso investa compagni di trasporto merci, private.

Preso atto che il supporto NATO è tra le priorità di una forza armata di un paese che, all’art.11 della sua Costituzione, esplicita il rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, torniamo al locale. Le basi saranno dipinte di blu a Taranto, Augusta, Brindisi e La Spezia, ossia le basi principali. Ma anche Cagliari, Messina, Ancona, Venezia, Napoli e Livorno. Ora provate voi a vivere ai margini di una base navale come quella spezzina e far parte di in un’associazione che si chiama MuratiVivi. Da dieci anni la gente di una borgata spezzina, Marola, si batte per salubrità, riacquisizione di spazi ed accesso al mare, che da oltre 150 furono espropriati per la costruzione della base e, per l’appunto, murata vivi da una cinta sormontata da filo spinato. Il minimo che si può fare è raccontare questa storia.

La borgata spezzina di Marola rappresenta la punta di un iceberg, di un intero golfo che un tempo fu dei poeti, ma che oggi fa i conti con una miriade di aree militari, sorte nella notte dei tempi risorgimentali, o giù di li e, ad oggi, mai messe in discussione. Ex Saclant NATO (oggi Centre for Maritime Research and Experimentation), il Centro di Supporto e Sperimentazione Navale (oggi polo nazionale della subacquea… militare), l’Arsenale della Marina militare e la sua base navale, il Centro Logistico di Supporto Areale dell’Aeronautica Militare, il Comando Raggruppamento Subacquei e Incursori, il balipedio Cottrau, l’intera isola del Tino e larga parte dell’isola Palmaria. Senza contare gli stabilimenti balneari, ad appannaggio delle forze armate.

In cambio la comunità spezzina ricevette la benedizione di tanti posti di lavoro. Arsenale della Marina militare, OTO Melara (Poi Finmeccanica e poi Leonardo), Fincantieri. Un’intera area geografica lunigianese poggiava il suo fondamentale diritto costituzionale nel comparto militare. Oggi, tuttavia, la storia è cambiata, in parte. Se le realtà produttive, non senza qualche ridimensionamento rispetto ai “bei tempi” dell’industria di Stato, veleggiano nel mare della competitività, tra burrasche quotate in borsa e commissioni di paesi dal regime discutibile, l’Arsenale, con i suoi 900 mila metri quadrati di sedime, è ormai un’ex fabbrica. Vuota, deserta, improduttiva, eppure inquinata.

In 80 anni sono svaniti circa 12 mila occupati. Un declino lento, inesorabile, tra promesse (da marinai) di rilancio, tanti soldi spesi senza nessun risultato concreto e qualche regalia a privati che forniscono la Marina militare. Ma soprattutto, tanta, tanta nocività. Amianto, mezzi abbandonati, emissioni atmosferiche ed elettromagnetiche delle unità navali ed una discarica di rifiuti tossico nocivi: Campo in ferro. Non una discarica qualsiasi. Vista mare, luogo incantevole, posta sotto sequestro dalla magistratura nei primi anni 2000. C’è chi pensa che un avveniristico processo di fitodepurazione possa bonificarla, ma i rifiuti sono ancora seppelliti nel suo ventre, a poche decine di metri dalle abitazioni. Nel mentre le caratterizzazioni dei fondali inducono a pensare che, tendenzialmente, rilascerebbe in mare le sue venefiche interiora. Un bel quadro per un luogo che, oggi, conosce la nuova frontiera (predatoria) del markenting territoriale e del turismo.

Abbozzato lo sfondo, veniamo al dettaglio, locale. Per tinteggiare di blu la base spezzina sono stati stanziati 354 milioni di euro. Ma la tinteggiatura nasconde il vero obiettivo, scritto nero su bianco nei documenti: adeguare le infrastrutture della base navale agli standard NATO. 3 nuovi moli, l’ampliamento di un molo e di una banchina esistenti, per un tombamento a mare di oltre 40 mila metri quadrati. Senza contare la riattivazione dei serbatoi di carburante, 20mila metri cubi, attualmente in disuso, posti, con lungimirante intelligenza, nelle viscere di una collina sotto le case della gente. Basta? No, verranno dragati 600 mila metri cubi di fanghi dai fondali, con notevoli livelli di contaminazione. Una bonifica direte voi. No, solo la necessità di adeguare i fondali all’accesso ed alla manovra di 14 nuove unità navali nostrane e di gruppi navali NATO o altri alleati, anche con “limitato preavviso“.

La narrazione della base tinta di blu ricorda una battuta di un film, Le vite degli altri. “Chi dice la verità a volte sbaglia parole, è naturale, invece un bugiardo ha studiato prima cosa deve dire e anche quando è sfinito dice sempre le stesse parole”. Così ministri, sottosegretari, parlamentari, sindaci, consiglieri comunali si uniscono in un leitmotiv: impronta ambientale, occupazione, sostenibilità, posti di lavoro.

Ma nessuno dice come un molo, una banchina, un ormeggio, possano creare le condizioni per produrre qualcosa. Tutti evitano di dire, o ignorano, che non un euro servirà a bonificare i siti inquinati. Per quanto riguarda la riconversione ambientale? Nella base spezzina dipinta di blu, la sostenibilità si limita ad una pensilina fotovoltaica sulla tettoia dei parcheggi. Ben 800 kW di energia elettrica che, contrariamente ad un principio fondamentale delle rinnovabile, con tutta probabilità non verrà utilizzata in loco, ma immessa in rete, per trarne profitto. Senza contare che tale energia non potrà essere utilizzata per l’elettrificazione dei moli (che necessitano di potenziali dai 400 ai 600 V) nonostante le curiose convinzioni del direttore dell’Arsenale spezzino. Giusto per avere misura delle proporzioni, i nuovi moli consumeranno 32.000 kW di elettricità. 40 volte quella prodotta dalle tecnologie “green” adottate. Oltre l’ipocrisia, ma dipinta di blu.

Questa è una storia che ha trovato luce prima in forma digitale, poi sulla carta. Il golfo ai poeti (no basi blu). Una storia che affonda le sue radici nella lotta di una comunità, che grida il proprio dissenso per la riconquista di spazi produttivi e sociali, per la salubrità dei luoghi di vita. Basi blu, rappresenta l’ultimo capito, di menzogne ed ipocrisie. Parallelamente prende forma il racconto delle tante proposte alternative possibili, che si sono levate da una comunità inascoltata, da decenni. Non è solo una storia, come tante altre, che inizia e termina nel golfo che fu dei poeti, ma di una vicenda che riguarda l’intero paese, con un programma nazionale che vedrà investite, come detto, molte altre città, molti altri territori, molte altre comunità.

Al pessimismo della ragione non si può che contrapporre l’ottimismo della volontà. Il 13 aprile, alla Spezia, un segnale importante. La rete spezzina Pace e Disarmo organizzerà un’assemblea, introdotta da contributi che vanno dal mondo del lavoro (CGIL), dell’ambientalismo (Legambiente) e dell’associazionismo (MuratiVivi), per costruire un luogo di narrazione, di discussione e di confronto per ottenere un’orizzonte di pace, salubrità e diritti. Un momento fortemente voluto, per aprire un dibattito nella comunità, per aprire un confronto e soprattutto costruire un movimento che contrasti scelte sbagliate, tanto localmente quanto globalmente.


Le basi dipinte di blu, Murativivi

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Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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