Analisi Global Local
William Domenichini  

Alla canna del gas

Il modello di sviluppo dell’occidente è alla canna del gas? Viste le relazione tra il modello economico su cui si basa e l’ecosistema planetario si tenderebbe a pensare che la domanda sia retorica. Non è sempre chiaro, per esempio, come sia possibile estrarre materie prime, consumarle in un contesto globale finito, in modalità infinite, per cui il reperimento diviene conseguente fonte di interessi strategici, non di rado di conflitto. La relazione tra guerra e fonti energetiche è spesso sostanziale, ma altrettanto spesso avvolto da manipolazioni lievemente propagandistiche.

Questo è un tema che troverete anche ne Il golfo ai poeti (No Basi Blu), a conferma che ciò che accade nei territori, in termini di militarizzazione, sia un’eco di tempeste ben più vaste, dove la giustificazione è sempre pronta seppur fondata su piedi di argilla, ripetuta infinite volte, quindi assunta come verità. Il golfo spezzino ne è un esempio, sia per il consolidamento militare, sia per il tentativo di consolidare uno dei pochi rigassificatori nazionali, il sito GLN di Panigaglia.

Per esempio, stante i dati forniti dal Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, solo per quel che riguarda il gas, si scopre che nel 2022 l’Italia ha:

  • 68,8 miliardi di mc di consumo nazionale
  •   4,9 miliardi di mc di esportazione
  •   3,3 miliardi di mc di produzione nazionale
  • 72,9 miliardi di mc importati
  •   2,6 miliardi di mc restano di scorta.

Il dato che fa sobbalzare è certamente quello relativo alle importazioni. Da dove arriva? Nell’anno 2021 (fonte: Ministero della Transizione Ecologica DGIS DIV. II) suddivide i quasi 73 miliardi di metri cubi importati secondo i punti di ingresso, quindi anche per origine del paese di importazione (in tabella i volumi espressi in milioni di Smc).

Punto d’ingresso Totale Peso %
TARVISIO (RUSSIA) 29.267 40,1%
MAZARA DEL VALLO (ALGERIA) 21.169 29,0%
CAVARZERE (Rigassificatore) 7.368 10,1%
MELENDUGNO (ARZEIBAIGIAN) 7.214 9,9%
GELA (LIBIA) 3.231 4,4%
PASSO GRIES (NORVEGIA) 2.171 3,0%
OLT LIVORNO (Rigassificatore) 1.437 2,0%
PANIGAGLIA (Rigassificatore) 1.072 1,5%
GORIZIA 39 0,1%
FALCONARA 19 0,0%
VENTIMIGLIA 9 0,0%
CAGLIARI 0,7 0,0%
Totale complessivo 72.996

Privatizzare i ricavi, socializzare le perdite

Dai numeri ufficiali emergono varie ipocrisie e menzogne. In primis che dal febbraio 2022 si tenda a parlare di emancipazione dal gas russo, ma nei fatti Putin resta il principale fornitore del nostro paese. Un processo pressoché inevitabile, che in qualche misura circoscrive l’ipocrisia dei sostenitori delle sanzioni al regime russo. La guerra russo-ucraina, oltre a far sparire altri conflitti (quello della Turchia teso a sterminare il popolo curdo, piuttosto che quello saudo-yemenita, e via discorrendo), tende a sostanziare il principio dell’emergenza. Tuttavia i numeri smentiscono tale ipotesi. Se siamo in emergenza com’è possibile che il nostro paese si permetta il lusso di esportare gas (peraltro importato)? E’ il mercato, bellezza. Tutto ciò senza contare l’impennata dei costi per i cittadini, con il caro-bollette.

Nonostante si parli di continuativamente di transizione, la questione fonti fossili sono ancora un elemento di strategia globale ed il loro approvvigionamento un elemento conflittuale. Il conflitto si sviluppa nei confronti di popoli o paesi in cosiddetta via di sviluppo, la strategia riguarda i bilanci di aziende quotate in borsa.

Prendiamo il caso ENI, per inciso uno degli sponsor ufficiali del Festival di Sanremo. Della proprietà pubblica dell’azienda, oggi, resta la misera quota del Ministero dell’Economia e delle Finanze (4,4%) e della Cassa Depositi e Prestiti SpA  (26,2%). Il restante 69,4% è in mano al mercato. ENI, in qualità di shipper, dispone dei diritti di trasporto su di un sistema di gasdotti europei e nord africani funzionale all’importazione ed alla commercializzazione in Italia e in Europa del gas naturale proveniente dalle aree di produzione di Russia, Algeria, Mare del Nord, incluse Olanda e Norvegia e Libia. Nel 2021 il cane a sei zampe segna il record di profitti degli ultimi 10 anni, probabilmente grazie anche ai prezzi di gas e petrolio alle stelle: EBIT di 9,7 miliardi di euro e un utile netto adjusted di 4,7 miliardi. Nel frattempo le bollette dei cittadini volano alle stelle.

La copertura dello Stato

Se ciò non bastasse, si va a rispulciare le carte del ministero dell’economia o quelle del ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica e si  volge lo sguardo a cosa accade in ambiente militare, curiosando nei Documenti Programmatici del Ministero della Difesa. Qual è la principale voce di spesa delle missioni militari all’estero, finanziate con i soldi dei contribuenti? Le fonti fossili. Circa il 64% dell’intero stanziamento per le operazioni delle Forze armate fuori dai confini nazionali è destinato a operazioni legate all’approvvigionamento di idrocarburi.

Si parla di quasi 800 milioni di euro spesi nel solo 2021, per operazioni militari improntate alla “sicurezza energetica”, e ben 2,4 miliardi di euro negli ultimi quattro anni. Nonostante ENI stessa dichiara, ai suoi azionisti, che “la tutela della sicurezza di persone e asset è responsabilità aziendale“, sommando tutte le missioni militari con compiti “energetici” si scopre che il contribuente italiano ha speso 797 milioni per il 2021. 560 milioni per il 2020, 525 milioni per il 2019 e 568 milioni per il 2018. Così la Difesa italiana scrive nero su bianco che tra i suoi compiti c’è quello di “proteggere gli asset estrattivi ENI“, più in generale circa due terzi delle missioni militari dell’Unione Europea sono collegate alle fonti fossili, e l’ipocrisia di fondo cerca di costruire un abito ben diverso allo scopo reale.

Qualcuno scrisse: privatizzare i ricavi (extraprofitti miliardari) e socializzare le perdite (costi di sicurezza e bollette). Vediamo come.

Iraq, dalle missioni di pace a quelle strategiche

Nelle desertiche pianure mesopotamiche il ruolo della Difesa italiana è datato. Tuttavia a sancire senza appello il legame tra l’intervento italiano ed il petrolio iracheno, se non l’avessimo intuito, ci ha pensato con grande chiarezza l’allora ministro Guerini, pochi mesi prima del suo congedo, illustrando le missioni militari alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato:

Il crollo dell’Iraq, dal punto di vista securitario, avrebbe il potenziale di coinvolgere e travolgere l’intero Medio Oriente. Per l’Italia, questo scenario metterebbe a repentaglio la nostra sicurezza energetica essendo l’Iraq, infatti, il nostro primo fornitore di greggio, rappresentando quindi – in termini “geo-energetici” – un partner di strategica importanza per i nostri approvvigionamenti. In tal senso, la nostra significativa presenza militare si traduce anche quale elemento fondamentale di una strategia di avvicinamento tra Roma e Baghdad volta a stabilire solide e più profonde relazioni in tutti gli ambiti.

Lorenzo Guerini, ministro della Difesa
14 giugno 2020

Tutto ciò è condito da un po’ di ipocrisia, in questo caso il contributo alla coalizione globale anti-Daesh/Isis. Quella dell’impegno iracheno è una storia che ha narrato l’intervento umanitario e purtroppo intrisa del sangue di molti connazionali coinvolti negli accadimenti di Nassiriya. Tuttavia proprio a Nassiriya l’ENI sviluppava interessi estrattivi, una strana coincidenza. Molto spesso accade che il diavolo faccia le pentole e non i coperchi. In questo caso furono le dichiarazioni di un esponente dell’allora maggioranza di governo, al quotidiano Libero, a destare scalpore e nello stesso tempo ad essere repentinamente smentite.

Abbiamo dovuto mascherare “Antica Babilonia” come operazione umanitaria perché altrimenti dal Colle non sarebbe mai arrivato il via libera.

Gustavo Selva, presidente Commissione Affari Esteri (Camera dei deputati).
21 gennaio 2005

Mare sicuro, salvare vite o interessi energetici?

Anche se il nome potrebbe evocare il salvataggio di esseri umani in pericolo nell’attraversata del Mediterraneo, la prima attività dell’operazione Mare sicuro, al largo della costa libica è, di nuovo, la “sorveglianza e protezione delle piattaforme dell’Eni ubicate nelle acque internazionali prospicienti la costa libica“. La relazione governativa precisa che la missione svolge questa funzione “con continuità“.

Operazione Gabinia, pirati o predatori?

Lex Gabinia o Lex de piratis persequendis, fu una legge che concesse a Pompeo Magno i più ampi poteri possibili per condurre la guerra contro i pirati che ormai da decenni rendevano insicuro il Mediterraneo e le sue coste. Storicamente segnò una tappa fondamentale nel collasso del potere senatorio e della Roma repubblicana ed il passaggio all’età imperiale. Date le premesse storiche, l’Operazione che riprende il nome del console romano, previde stanziamenti per la tutela di impianti estrattivi nelle acque africane, ampiamente documentate dalle forze armate italiane.

La strategia ENI

Se la sostituzione totale del gas russo è mera utopia, non lede le coscienze di chi si indigna, giustamente, di giorno per l’invasione russa dell’Ucraina, per poi acquistare, ipocritamente, di notte il gas della steppa. Lo sa bene l’amministratore delegato di ENI che non si nasconde dietro ad un dito e le sue dichiarazioni sono di una schiettezza straordinaria:

Saremo in grado di rimpiazzare il 50% dei flussi di gas russo facendo leva sul nostro ampio e diversificato portafoglio riserve, sulle partnership di lungo termine con i Paesi produttori e sulla nostra crescente presenza nel business GNL

Claudio Descalzi, a.d. ENI
28 ottobre 2022

Il 50%, non la totalità. Lo stesso manager sottolineò le operazioni di acquisizione degli asset gas in Algeria in tempi non sospetti, mentre nel paese subsahariano, al 23 giugno 2021, Amensty international denunciava almeno 273 gli attivisti detenuti ingiustamente e senza scomodare il ruolo algerino, e marocchino, nei confronti del popolo Saharawi. Sia Marocco che Algeria stanno compiendo una vera e propria corsa militare. Anche il sonnolente parlamento europeo ravvisò il deterioramento della situazione dei diritti umani in Algeria. Senza contare un altro fattore, nella sfera mediterranea: il gas libico non ci fa schifo, ma al netto di ciò che avviene al largo delle coste e in terra nordafricana, gli affari vanno a gonfie vele, tanto da entusiasmare il governo Meloni.

L’Italia può e vuole giocare un ruolo importante anche nella capacità di aiutare i Paesi africani a crescere e a diventare più ricchi: una cooperazione che non vuole essere predatoria, che vuole lasciare qualcosa nelle nazioni.

Giorgia Meloni, presidente del consiglio dei ministri
Tripoli, 28 gennaio 2023

Gas in cambio della sovranità?

Come si diceva, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Così l’esponente politica che più di tutte ha fatto del tema della sovranità, della nazione, della patria una retorica evidentemente vincente ed accattivante, chiude un accordo energetico con un regime, i cui rapporti con Mosca sono peraltro militarmente noti, ma che per di più si accaparra da tempo porzioni del mare nostrum. L’Algeria, dall’oggi al domani, ha deciso di estendere da 40 a 180 miglia la propria zona economica esclusiva, un vuoto normativo che il paese nordafricano ha colmato ben prima dell’Italia, con un confine valevole anche per il fondale, procedendo ad istituire una propria ZEE con decreto presidenziale del 20 marzo 2018,.

Nessun accordo con gli Stati frontisti e confinanti, ivi compresa l’Italia, ed ecco un’area sovrapposta, ad ovest della Sardegna, alla zona di protezione ecologica (ZPE) istituita dal nostro Paese nel 2011 e con l’analoga ZEE istituita dalla Spagna nel 2013. In particolare, la ZEE algerina lambisce per 70 miglia le acque territoriali italiane a sud-ovest della Sardegna. La mossa algerina fu contestata da circa 90 imprese di pesca che operano nella zona, e che effettuano pesca a strascico.

Gli affari li fanno i privati

Nel novembre 2018 l’Italia ha presentato una protesta formale alle Nazioni Unite, senza avere una risposta esaustiva. La questione approdò in parlamento europeo, ma Joseph Barrel (vicepresidente della Commissione europea), rispose laconicamente che “l’Unione europea non ha alcuna competenza in merito alla delimitazione delle zone marittime, una questione di esclusiva competenza nazionale“.

La domanda sorge spontanea. La presidente del consiglio, accompagnata in Algeria dall’A.d. di ENI, ha posto in discussione il dossier sul delineamento delle zone economiche esclusive in rapporto all’Algeria? Nel frattempo che ci riflettiamo, buon Festival.

Le frontiere nel Mediterraneo

Le ZEE rivendicate

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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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