Analisi Global Il golfo ai poeti Libri
William Domenichini  

Aree militari, greenwashing e profitti

Con una bella pennellata di greenwashing, le aree militari saranno utilizzati per far fare profitti ai privati? Nulla di sconcertante in un contesto in ogni occasione è buona per socializzare le perdite e privatizzare i ricavi. Il tutto condito naturalmente con abbondante retorica su sostenibilità ambientale, per modo di dire. Tuttavia qualche perplessità, per chi non vede il mondo solo al contrario, val la pena articolarla.

Il comparto Difesa è uno dei comparti più energivori tra quelli pubblici a causa delle proprie peculiarità. L’arsenale spezzino è la seconda infrastruttura, per consumo energetico elettrico, del comparto, seconda solo all’omologo tarantino. La base di Taranto, peraltro, investita anch’essa dal progetto “Base blu”, che prevede l’ammodernamento delle banchine e delle infrastrutture, si sta istituendo il Comando Multinazionale Marittimo per il Sud della Nato, un comando marittimo “deployable” che sarà operativo nel 2024. Si tratterà di personale sempre pronto a imbarcarsi per gestire le operazioni in ambito Nato, lavorando con il comando Joint di Napoli o il Comando marittimo dell’Alleanza.

Secondo i dati forniti al Senato della Repubblica, durante l’Audizione   del Gen. Isp. F. M. Noto, il 23 ottobre 2018, rende noto che 760 milioni di metri quadrati di edifici militari, necessitano una spesa annua, solo per consumi elettrici, pari a 127 milioni di euro. Con 59,42 GWh stimati, la Liguria è la terza regione italiana per consumo elettrico nel comparto militare, dietro a Lazio (136,5) e Puglia (135,9). Insomma un bel buco nero dove va a finire una montagna di energia elettrica.

Non da oggi il Ministero della difesa e le sue strutture, stanno mettendo mano alla questione. Se la presa di coscienza di un problema è il primo passo verso la sua risoluzione, è proprio questo il caso della definizione di condizione necessaria, ma non sufficiente. Infatti le mosse intraprese appaiono velatamente velleitarie, se non addirittura a tinte retoriche. Come per esempio l’uso spregiudicato dei cromatismi: caserme verdi, aeroporti azzurri, basi blu. Sul marketing nulla di eccepibile, ma se sgombriamo il campo dagli slogan ed andiamo a vedere gli atti, sulla questione si diradano le nebbie, quel tanto che basta per rendersi conto che siamo di fronte a, per l’appunto, velleitarismi retorici.

Ecco dunque il Programma pluriennale per la realizzazione di una rete di Smart Military District per migliorare la resilienza energetica dei siti strategici della Difesa, proposto al CIPE. Caserme verdi, aeroporti azzurri e, naturalmente Basi blu. Sulla sostenibilità ambientale del programma Basi blu mi sono soffermato più di una volta, anzi, ne ho scritto un libro. Tuttavia nei programmi ministeriali ci sono tratti che fanno impallidire le supercazzole adottate per colorare le basi inquinate e nocive.

L’articolo 20 del D.L. 17/2022   (il cosiddetto “decreto Energia”) dispone che il Ministero della difesa, anche per il tramite di Difesa Servizi S.p.A., affidi in concessione o utilizzi direttamente, in tutto o in parte, i beni del demanio militare o a qualunque titolo in uso al medesimo Ministero, per installare impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. Un’affermazione che ha una logica positiva ma che nasconde un vincolo non da poco: affidamento in concessione.

Il Codice dell’ordinamento militare (D.Lgs. n. 66/2010  , articolo 355) prevede, infatti, la facoltà per il Ministero della difesa di affidare in concessione o in locazione, o utilizzare direttamente, in tutto o in parte, i siti militari, le infrastrutture e i beni del demanio militare o a qualunque titolo in uso o in dotazione all’Esercito italiano, alla Marina militare, all’Aeronautica militare e all’Arma dei carabinieri, con la finalità di installare impianti energetici, ferma restando l’appartenenza al demanio dello Stato. Tradotto. Il bene sarebbe vincolato comunque al demanio militare, che sia utilizzato oppure no, ed il privato potrebbe installarvi un pannello per produrre e vendere energia.

Prendiamo il caso dell’Arsenale della Marina militare spezzina. Dalle parole del direttore di un’ex area produttiva, che in 80 anni ha perso il 95% dei lavorator*, passando da oltre 12.000 impiegat* ed operai* a meno di 500 effettivi, ti aspetteresti una proposta tangibile, un’indicazioni fattuale, un futuro traguardabile, delle iniziative che fossero atti concreti. Invece, se ricordate, le sparò grosse.

I dati forniti dal direttore dell’Arsenale, il fotovoltaico sui tetti rende possibile la produzione in autonomia del 18% di quanto consumato dalla base navale. Entro l’anno (2023), secondo l’ufficiale della Marina militare, arriveremo, probabilmente, al 40%. Sembra poco, ma l’Arsenale in termini di consumo rappresenta la prima utenza nazionale (ops, altro strafalcione, dati del ministero alla mano), perché tutte le navi all’ormeggio sono alimentate da terra per non inquinare (un’affermazione smontata da uno studente la prima settimana del corso di Elettrotecnica).

Domanda: i pannelli installati in Arsenale da chi sono gestiti? Se sono privati qual è il loro canone di concessione? Le queste domande risultano un po’ troppo da ragionieri contabili, allora viriamo su un altro campo. Ha senso installare pannelli su edifici inutilizzati o abbandonati? Ai posteri l’ardua sentenza, tuttavia…

Sostenibilità non significa togliere l’acqua dal mare con il secchiello, ma strutturare un sistema che abbia molteplici alternative di sfruttare fonti rinnovabili (acqua, moto ondoso, sole, vento, ecc) e soprattutto strutturare un piano di risparmio dei consumi. Due elementi cardine di una riconversione, che parrebbero del tutto elusi, tanto nelle direttive quanto nella prassi. Se il vettore energetico è, per qunto prodotto da rinnovabili, un elemento di profitto, cade Sansone con tutti i filistei. Più si consuma, più si vende, più si guadagna e più si ottimizza la concessione.

In un quadro così desolante, l’ultima riflessione riguarda il decisore. Che fa la politica? Evidentemente ascolta cosa propongono le strutture militari ed esegue, senza porsi troppi interrogativi. O men che meno, porsi il dilemma se tali scelte confliggano con gli interessi delle comunità. In fondo, basta colorare una base per renderla sostenibile.La sostenibilità della Marina militare alla Spezia

 

 

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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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