Fermiamo l'escalation
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William Domenichini  

Fermare l’escalation, le nostre responsabilità

Pisa, sabato 21 ottobre, nonostante il maltempo, migliaia di persone hanno manifestato per fermare l’escalation, una presa di coscienza delle nostre responsabilità. La responsabilità di esserci, di dimostrare, con il proprio corpo che un altro mondo è possibile. Un mondo in cui vi siano alternative alla militarizzazione spregiudicata dei territori ed alle sue conseguenze devastanti. Un processo di sottrazione di spazi alle comunità, spesso gestiti come se oltre quel filo spinato non esistessero regole a cui i comuni mortali devono sottostare.

Fermare l’escalation è stato un grido che si è levato dalle aree protette pisane e da molte altre parti d’Italia. Da Ghedi, nella profonda Lombardia, da Palermo, dalla militarizzata Sicilia. Una voce unanime che si è alzata da realtà che vivono e comprendono la militarizzazione dei propri territori come un’usurpazione, uno stupro ambientale. Ma soprattutto come l’avamposto di un modello di sfruttamento e di violenza nei confronti di paesi lontani.

Un corteo partecipato, pieno di spunti di riflessione e di critica verso lo stato reale delle cose, voci molteplici ed inclusive, ma con punti comuni essenziali. Dal rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, alla solidarietà ai popoli vittime dimenticate dei conflitti. Una critica ad un modello di economico fallimentare che non risparmia i nostri territori, le nostre vite quotidiani. Un modello spacciato per democrazia, che sta in piedi sfruttando tanto vite umane, quanto risorse naturali, utilizza lo strumento militare per stare in piedi.

La privazione di territorio per scopi militari, e le attività che da essi si proiettano, sono infarciti della retorica. Missioni di guerra, mascherate con strategicità nazionale, in un piatto condito e servito con menzogne sulla sostenibilità, che nei fatti sono pura ipocrisia. Un tratto comune su tutto il territorio nazionale. Da Pisa alla Spezia, dal profondo nord al dimenticato sud, reticolati e cartelli “Zona militare” simboleggiano inquinamento e privazione di ricchezza dei territori.

Mentre “l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai con il torto” sventola retoriche inaccettabili e menzogne di sostenibilità, un pezzo di popolo sfodera uno schiaffo in faccia al perbenismo ed al politicamente corretto. Il successo di Fermiamo l’escalation ha un sapore temibile. Se l’opinione pubblica si rendesse conto di cosa sottendono questi progetti costosi, inutili e dannosi? Se si prendesse coscienza che i costi militari sottraggono risorse a servizi sanitari, scolastici, politiche abitative e qualsiasi settore di interesse sociale?

Quando ci sono migliaia di persone che sfidano il diluvio, si incamminano sostenendo una radicale presa di posizione pacifista, manifestano concretamente con l’entrata nei confini del CISAM, luogo noto agli spezzini perché là furono conferiti i rifiuti radiativi del Campo in ferro, dopo aver abbattuto collettivamente metri di rete, chi sta di fronte al televisore potrebbe destarsi dal torpore e iniziare a pensare che un altro mondo sia davvero possibile. Così l’’interesse ad oscurare quei momenti, o a stigmatizzare la mobilitazione contro guerra ed escalation militare, diventa una risposta sistemica. Come si tenta quotidianamente a far sparire ogni dissenso, ogni voce critica, ogni manifestazione di contrarietà ai massacri ed ai conflitti globali, che sempre più ci coinvolgono, come sparisce qualsiasi rivendicazione (equità e giustizia sociale) ma si lascia spazio alla necessità di investimenti militari.

Fermare l’escalation è stato un momento, per dirla con le parole dei promotori della mobilitazione, “espressione di una volontà popolare condivisa dal corteo intero, sia dalle centinaia di persone che hanno raggiunto l’obiettivo di entrare insieme nel perimetro della futura base sia dalle tante persone che attendevano solidali in piazza prima di concludere insieme la giornata di mobilitazione“. C’è chi l’ha raccontato come un’iniziativa di un gruppuscolo di pochi, bloccato dalle forze dell’ordine, nel tentativo di depotenziamento il messaggio della mobilitazione. Foto e video e parole di tutt* coloro che erano presenti stanno restituendo e diffondendo, oltre le parole dei media o l’autoreferenzialità dei benpensanti, la reale potenza di quei momenti.

Un esempio per chi, in questo contesto di enormi criticità globali e locali, continua a guardarsi l’ombelico. Per chi, vivacchia in realtà socialmente e culturalmente mortifere, pronte a giudicare quel che accade intorno, senza mai mettersi in discussione. Quelle realtà che fanno della totale autoreferenzialità un elemento di stasi perenne. Per chi sta chiuso nelle proprie stanze, si dileggiano ad imbiancare i sepolcri. Pronti a mobilitarsi su questioni general generiche, inerti, pavidi e talvolta ignavi sulle questioni di rilevanti: occupazioni militari, impatto ambientale devastante di tali attività, invasione militaresca nelle scuole, svendite di armi delle aziende, che occupano sempre meno lavorator*, a paesi come Qatar, Arabia, Israele, ecc.

Da Pisa, e da altre strade italiane che hanno gridato Fermiamo l’escalation,  arriva un messaggio molto semplice, che varrebbe la pena dare gambe. Ognuno con il proprio contributo, ogni realtà con le proprie specificità, ma in un fiume in piena che ponga in relazione stretta le sue onde. È possibile costruire, prendersi centimetro per centimetro, una pace reale, fatta dai popoli che sono stanchi e vogliono libertà, giustizia, diritti per tutte e tutti!


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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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