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Ambiente Analisi Il golfo ai poeti Libri Local
William Domenichini  

Il golfo delle nebbie

La visione evocativa di un luogo straordinario, come il golfo che fu dei poeti, oggi ci appare, più prosaicamente, avvolto nelle nebbie. Val la pena raccontare questa storia, anche se per me è una riedizione di una storia già vista, ma che, nel tempo dell’inganno, è bene riesumare e rivedere, alla luce dell’adeguamento agli standard NATO della base navale. Una narrazione che parlerebbe di in una terra stretta tra mari e monti. Una città, La Spezia, porta di accesso al Mediterraneo della pianura Padana. Il suo mare, autostrada di merci e di uomini.

Alle sue spalle una terra, che racchiude in sé forti contraddizioni. Straordinari paesaggi, ben venduti su guide turistiche stars&stripes, e laceranti disastri ambientali. Tra i suoi cantori, uno dei più visceralmente sprugolini, seduto al bar Peola, la definì come “la più settentrionale delle province meridionali“. Una irriverente sottolineatura che miscela pregiudizi latitudinali e rimarchevoli ammiccamenti del profondo nord. Cosa resta dei luoghi che stregarono Byron, Pasolini, Sand, Manzoni, Shelley, Dante e tanti altre illuminate menti?

Una storia fatta di tanti fili che si aggomitolano intorno alla città, che avvolgono il suo mare. Una discesa agli inferi, per certi versi, in cui i cantori ed i poeti che l’accompagnano vengono messi in soffitta, per lasciare spazio a rifiuti tossici, servitù militari, impianti pericolosi, nocività e, soprattutto menzogne, omissioni e tanta retorica. Quella del marketing, degli slogan, quella patina di ipocrisia che, una volta grattata, lascia il volto sgualcito di una bellezza che fu, alla visione dei demoni che la animarono.

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.

Estate 2009. In seguito alle dichiarazioni di un pentito di ‘ndrangheta, Francesco Fonti, viene rinvenuto, al largo di Cetraro, il relitto di una nave. Si tratterebbe della Cunsky, di proprietà dell’armatore Ignazio Messina, inabissata con a bordo bidoni contenenti rifiuti tossiche. La prua della nave è squarciata, lasciando angoscianti dubbi sul destino del suo carico. Ma le affermazioni di Fonti pongono interrogativi assai più pressanti. Esistono altre navi cariche di veleni disseminate nei nostri mari? Quante sono? E dove si trovano?

Domande tanto inquietanti quanto le loro probabili risposte. Certo è che nel 1985, durante il viaggio dalla Spezia a Lomé (Togo), scompare la motonave Nikos I. Lo stesso anno s’inabissa, al largo di Ustica la nave tedesca Koraline. Nel 1986 è il turno della Michigan, partita da Marina di Carrara. Affondò, con il suo carico sospetto di contenere rifiuti tossici. Nel 1987 naufraga un’altra nave, anch’essa salpata dal porto toscano: la Rigel. Le rivelazioni di Fonti gettano luce su un sistema, una prassi, che vede rifiuti tossici, scarti di lavorazioni industriali, abbandonati in mare. Secondo il pentito questo accadde «anche nel tratto davanti alla Spezia e al largo di Livorno, dove Natale Iamonte – storico capobastone dell’omonima cosca della ‘ndrangheta calabrese – disse che aveva “sistemato” un carico di scorie di un’industria farmaceutica del Nord».

Jolly Rosso, Il golfo delle nebbieIl 18 gennaio 1989 attracca alla Spezia la Jolly Rosso, appartenente alla flotta Messina. Scherzi del destino, dopo oltre 30 anni, una motonave della flotta viene “salvata” dai droni Houti. La Jolly Rosso fu noleggiata dal governo italiano nel 1988 per recuperare 9532 fusti di rifiuti tossici in Libano. Si sarebbe trattato di rifiuti esportati illegalmente da aziende italiane e probabilmente provenienti dal disastro di Seveso. Quel viaggio valse alla motonave l’appellativo di “nave dei veleni“. Tornata in Italia rimase in disarmo per quasi 4 anni, alla Spezia. Ma la sua vita operativa non sembrò aver pace. Il 4 dicembre 1990 riprese il mare, ribattezzata motonave Rosso, alla volta di Malta, via Napoli. Saranno scaramanzie da lupi di mare, ma il cambio del nome non fu di buon auspicio. Durante la navigazione si incagliò sulla spiaggia calabrese, di fronte ad Amantea, arenando con sé la sua cupa e celebre storia.

Ma cosa accadde alla Jolly Rosso? Sulle cause del naufragio e sulla natura del suo carico, indagò il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente tecnico del pubblico ministero Francesco Neri, nell’inchiesta aperta dalla procura di Reggio Calabria. De Grazia partì alla volta della Spezia per interrogare i marinai della Rosso, il 13 dicembre 1995. L’ufficiale non arrivò mai in Liguria. Dopo una sosta, per cenare in un ristorante in provincia di Salerno, ripartì con i compagni di viaggio. Si appisola, senza mai più risvegliarsi. L’autopsia parlò di “arresto cardiocircolatorio, morte improvvisa dell’adulto“. Ma anche questa vicenda rimane avvolta da una fitta nebbia. Nicola Maria Pace, procuratore capo a Trieste, collaborò con la procura reggina ed in particolare con De Grazia. Dopo la sua morte dichiarò: «La mia intima convinzione è che l’abbiano ucciso: era un ufficiale davvero in gamba, in procinto di scovare prove sull’affondamento delle navi».

Il dossier “La Rete” descrisse le attività ed i collegamenti internazionali di una rete di società operanti nel mercato internazionale dei rifiuti. Secondo questa inchiesta, Greenpeace, tale società, collegate all’Oceanic Disposal Management Inc., avrebbero avuto libero accesso al porto spezzino, stabilendovi un controllo pressoché monopolistico nel settore del trattamento dei rifiuti, tra La Spezia e Livorno. Eccoci al punto di partenza, l’area chiamata in causa dal pentito Francesco Fonti che ci riporta ad uno degli elementi principali di questa storia: le navi.

L’11 marzo 1996 viene pubblicata la relazione conclusiva della Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti ed in riferimento alle indagini della procura di Reggio Calabria sulla Jolly Rosso parla esplicitamente delle “navi a perdere, che si ipotizza siano state utilizzate per l’affondamento di rifiuti radioattivi” nel Mediterraneo, in particolare a largo delle coste ioniche e calabresi ma anche “lungo tratti di mare antistanti paesi africani come la Somalia, la Sierra Leone e la Guinea“. Le strade di questo labirinto si tingono ancora più di giallo, mettendo in luce il carattere globale di una vicenda locale in cui emergono correlazioni tra storie di traffici illeciti e le indagini sulla morte di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, i giornalisti del TG3 assassinati in Somalia il 20 marzo 1994. In un appunto ritrovato dai genitori sul taccuino di Ilaria Alpi c’era scritto “sei navi”, le navi dei veleni.

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face”.

PitelliDal mare alla terra. Il 28 ottobre 1996 il pubblico ministero Franco Tarditi, della procura di Asti, avvia un’inchiesta che porterà alla luce ciò che diventerà nota alle cronache nazionali come la “collina dei veleni”, un promontorio vicino al borgo di Pitelli, che sovrasta il golfo dei poeti, in cui fu costruita una discarica da cui emerge di tutti e di più. La vicenda approdò anche in Parlamento (Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esse connesse. Doc. XXIII, n°28: Indice, pagg 7-16, pagg. 17-32, pagg 33-47) ed emerse che in quel sito erano state smaltite, nel corso degli anni, ingenti e non calcolabili quantità di rifiuti pericolosi, la cui presenza è stata accertata dalle analisi condotte: diossine, silani, xilene, benzene, idrocarburi, fino al ritrovamento di fusti della Union Carbide, la società chimica responsabile del disastro di Bophal.

Nel 1997 viene presentano il dossier “Rifiuti Connection Liguria” in cui WWF e Legambiente denunciano le responsabilità della proprietà nella gestione delle discariche dello spezzino: la discarica di Vallescura, gestita dalla Valtec, società il cui consiglio d’amministrazione viene condannato, nel 1993, dal Pretore della Spezia per gravi reati ambientali. La discarica di Pitelli era gestita dalla Sistemi Ambientali e poi dalla Ipodec, entrambe società di Orazio Duvia. La Valtec segna un altro intreccio, risultando partecipata anche da Termomeccanica, società spezzina che, tra le altre cose, costruì impianti di incenerimento per rifiuti, alcuni dei quali, entrano nel mirino delle procure di mezz’Italia a causa di presunte manomissioni dei dispositivi di controllo che taroccavano i dati sulle emissioni nocive.

Il “golfo dei veleni” assume le dimensioni di un vero e proprio caso e le fonti crescono in modo inversamente proporzionale al silenzio del mainstream mediatico: nel dossier “La Spezia crocevia dei veleni”, Legambiente descrive la città ligure come il centro nevralgico del malaffare ambientale italiano, sia per le presunte attività illecite che si svolgevano in ambito portuale, sia per il sistema logistico nel territorio interno al golfo spezzino, costituito da una miriade di cave e di discariche, prima fra tutte quella di Pitelli. 7 marzo 1997. La Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia ascolta Enrico Fontana, responsabile nazionale di Legambiente, il quale si sofferma sulla realtà della città della Spezia sottolineando l’estrema gravità della situazione, tale da ritenere la città come uno dei maggiori centri di traffico illegale di rifiuti e di inquinamento criminale nel settore ambientale.

Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno.

Campo in ferroIl porto, Pitelli. Costa di levante del golfo. E a ponente? Sulla costa che fu dei pirati, ché perder tempo a chi più sa più spiace, la presenza delle forze armate è tangibile, con la leggenda metropolitana che le servitù militari sarebbero state, negli anni, un elemento di preservazione del territorio, da scempi ambientali e da speculazioni. Ne sa qualcosa l’isola Palmaria, che disseminata di servitù militare volge in un diffuso degrado che, paradossalmente, alimenta la narrazione della svendita ai privati per la sua “valorizzazione”. Ma ne sanno qualcosa i/le cittadin* che vivono all’ombra del muro che separa il mondo civilizzato con le aree militari. La Marina militare occupa mezza città, con l’arsenale e la sua base con il Comando del primo gruppo navale (COMDINAV 1), poi c’è l’Aeronautica con il Centro Logistico di Supporto Areale di Cadimare poi nuovamente la Marina, con il quartier generale delle forze speciale del COMSUBIN, e per concludere il poligono, il balipedio Cottrau.

16 luglio 2003. L’allora procuratore della Repubblica presso il Tribunale della Spezia, dott. Massimo Scirocco, procedette, con proprio decreto, ad autorizzare accessi ed interventi sulle aree sotto sequestro preventivo presso l’Arsenale spezzino, finalizzati alla rimozione dei materiali fuori uso/rottami/rifiuti ivi abbancati in cumuli fuori terra, sulla base di richiesta avanzata dalla Direzione dell’Arsenale Militare Marittimo. Di cosa si tratta? L’area sottoposta a sequestro preventivo, nota più comunemente come Campo in ferro è un vecchio bacino di stagionatura di legnami divenuto nel tempo una vera e propria discarica. Circa 16.607 m2, denominata “magazzino materiali fuori uso e rottami”, inclusiva di una sotto-area, estesa circa mq. 2.961, denominata “deposito materiali pregiati”.

23 maggio 2003. Arsenale della Marina militare. Il sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale della Spezia, dott. Rodolfo Attinà, relativamente al procedimento Registro Generale Notizie di Reato (RGNR) 1882/2003/12-2, affidò all’ing. Luigi Boeri la consulenza tecnica d’ufficio riguardo ai movimenti, in entrata e in uscita, dei materiali giacenti nelle aree militari sotto sequestro e alle modalità con cui tutto ciò ha avuto luogo. Tutto fatta salva la documentazione che l’Autorità Militare ritenga di non poter mettere a sua disposizione in quanto “classificata”. Stante la presenza, sui luoghi oggetto dell’indagine, di materiali contenenti amianto, rifiuti speciali pericolosi, sia nei cumuli sopra terra che interrati, si rese necessario, mettere in sicurezza l’area, per tutelare sia l’ambiente sia la salute degli operatori impegnati nelle indagini.

I cumuli di rottami furono catalogati. Apparecchiature elettriche contenenti PCB, armadietti, arredi metallici misti, barre e tubi, lastre, batterie, biciclette, boe, bombole per autorespiratori. C’è una cabina semovente, un carrello elevatore, un rullo costipatore, cassoni metallici, cavi elettrici, cavi in acciaio, cavi metallici con guaine in gomma, componenti di centrale termica, componenti di mezzi meccanici di movimentazione, componenti di motori meccanici o impianti. E poi ancora canali di ventilazione, estintori, galleggianti siluriformi, idropulitrici, lavatrici e “beverini”, macchine da caffè, macchine elettroniche, materassi, materiali metallici misti, motori e motopompe, pneumatici e componenti di veicoli, residui di tornitura, reti di letti, scambiatori di calore, serbatoi e tubazioni coibentati, tralicci di linee elettriche. Da un’analisi “ottica” emerse immediatamente la presenza di fibre asbestosiche di tipo crisotilo: amianto. I fluidi rinvenuti con PCB registrarono concentrazioni dal 13,3 al 9,5 % p/p. Per questi motivi i rifiuti elencati furono classificati come pericolosi.

Insomma una vera e propria discarica, dove i materiali conferiti, che possederebbero un valore economico sul mercato, sono frammisti a materiali “inquinanti”. Quindi non è possibile un recupero diretto nell’industria metallurgica. Le indagini riguardarono 13.503,349 m3 di materiale stoccato in svariati cumuli ed il terreno riportato: 33 trincee esplorative, di circa 3 metri di profondità, 11 carotaggi fino a 10 metri di profondità, 12 campioni di terreno per le analisi geotecniche, 59 campioni di terreno e 18 di rifiuti interrati per le analisi chimiche. Le risultanze fanno rizzare i capelli: oli minerali, antimonio, arsenico, berillio, cadmio, cobalto, cromo totale, mercurio, nichel, piombo, rame, selenio, stagno, tallio, vanadio, zinco, PCB.

Fin dall’inizio abbiamo detto che questa è una storia di una terra particolare, una storia della più provinciali delle province italiane, nella quale passa inosservata l’incidenza record di mortalità per mesotelioma pleurico causato dall’onnipresenza dell’amianto, piuttosto che per altre forme tumorali, e si sottace sulle possibili correlazioni. Guai nominare un’indagine epidemiologica. La nebbia avvolge la cronaca ed i fatti datati di almeno 20 anni, tanti, forse troppi. Una coltre oscura è stata elaborata in un codice genetico che piuttosto di espellerla dal proprio organismo la assimila, la occulta, facendo quasi finta che non esista. Oppure venga seppellita nella menzogna. Tuttavia menzogna chiama menzogna, omissione attrae omissione, e così via, in un girone dantesco. E nella nostra discesa agli inferi si arriva alla base dipinta di blu.

Ciò ch’io attendo, e che il tuo pensier sogna,
Tosto convien che al tuo viso si scuopra.
Sempre a quel ver, che à faccia di menzogna.

Perno dell’adeguamento agli standard NATO, data l’attuale conformazione della darsena, è il dragaggio del fondale. Per bonificarlo direte voi? No, per ottenere una profondità di pescaggio di almeno dodici metri e per recuperare materiale di risulta che possa servire a riempire i casseri dei nuovi moli previsti. Così, il lungimirante progetto preveder l’asporto di fanghi dai fondali in un’area di circa 420.000 m2. Complessivamente 600.000 m3 di fondale asportato. Ma, essendoci addentrati nella città di Dite, come si suol dire, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. L’intero golfo, darsena militare inclusa, ricade nella perimetrazione di bonifica della discarica di Pitelli, inserita dal 2000 nell’elenco dei siti inquinati d’interesse nazionale (SIN), dal 2013 declassata a sito di interesse regionale (SIR), con un decreto firmato dall’allora ministro dell’Ambiente, Corrado Clini.

Nel 2002, la regione Liguria esegue un piano di caratterizzazione dei fondali della darsena: “uno stato di qualità ambientale con evidenza di inquinanti“. Metalli pesanti ed elementi in tracce, composti organostannici, idrocarburi policiclici aromatici, idrocarburi pesanti e policlorobifenili (PCB). Un caso che la stragrande maggioranza degli inquinanti siano ampiamente riscontrati nella discarica del Campo in ferro? Nel 2008 l’autorità militare avvia una caratterizzazione fisica, chimica e microbiologica di campioni dei fondali, come disposto dalla Regione precedentemente. Le risultanze confermano le contaminazioni, ma limitandosi a citare i valori fuori norma di metalli pesanti, come mercurio e piombo, altre sostanze ampiamente riscontrate nella discarica di Campo in ferro, manifestando zone in cui le concentrazioni dei contaminanti raggiungono livelli elevati.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Il quadro analitico appare parziale, incompleto. Anzi talvolta appare del tutto evidente che la questione sia minimizzata, per evitare che approcci con le dovute cautele (e responsabilità). Allo stesso modo nessuno pone nessi tra causa-effetto: tale inquinamento è riconducibile alle attività della Marina militare? Il Fato vuole che le zone di maggior inquinamento siano in prossimità delle aree di attracco delle unità, alimentando l’ipotesi che le attività dei navigli in banchina non siano propriamente compatibili con l’ambiente marino, o che nei limiti le azioni di contenimento di inquinamento siano del tutto insufficienti. Poi ci sono i dati lungo il profilo della costa e della scogliera. Il caso vuole che l’area di fondale prospiciente la discarica risulti particolarmente inquinata.

concentrazione mercurio darsena duca degli abruzzi concentrazione piombo darsena duca degli abruzzi

Qualcuno penserà che il dragaggio porrà una soluzione a questo stato (incivile) di cose. Rischia di essere deluso dagli atti. Se si esamina l’area in programma di dragaggio e si sovrappone con la mappatura di caratterizzazione, si scopre che le porzioni di fondale altamente inquinato, non verranno toccati. Forse perché non sarebbero utilizzabili per colmare i nuovi moli? Forse perché la loro rimozione costerebbe un’occhio della testa per smaltirli? Domande tanto allusi quanto rimarranno senza risposta.  In questo scenario c’è anche chi ritenne che i vincoli per il monitoraggio siano stati uno sbaglio, ostacolo allo sviluppo, e non la garanzia per venire a conoscenza dei livelli di inquinamento del mare e porvi rimedio.

Lorenzo ForcieriLa scelta di inserire tutto, terra e mare, nel sito di interesse nazionale da bonificare è stato un clamoroso errore. In realtà il nostro mare è a posto: speriamo di riuscire a superare questi sbagli, sbloccando la situazione. Per anni siamo rimasti ingessati a causa di questa scelta forzata.

Lorenzo Forceri, allora presidente dell’Autorità portuale
(3 agosto 2010)

Chissà. Quando un giorno la borgata di Cadimare diverrà la nuova Portofino, guarderemo con entusiasmo alle nuove prospettive economiche che daranno 5000/6000 posti barca per diportisti straricchi che, annoiati, pascoleranno nella costa che fu dei poeti, e perché no, dei pirati.

Pierluigi PeracchiniGuardando al tema delle aree militari, posso preannunciare che se le analisi ambientali daranno esito positivo il campo in Ferro potrà essere restituito a funzioni marittime: stiamo valutando il da farsi insieme all’Autorità di sistema portuale.

Pierluigi Peracchini, sindaco della Spezia
(19 marzo 2022)

Questo capitolo nebuloso, da girone dantesco, aumenta le variabili in essere. L’adeguamento agli standard NATO della base, nota come base (cosiddetta) blu, dovrebbe avere come faro la sostenibilità. Ma il blu della base si confonde con l’oscuro telone che copre i rifiuti pericolosi del Campo in ferro. Quel che è peggio, dei 354 milioni di euro stanziati per adeguare i moli militari spezzini alle esigenze atlantiste, non un euro è previsto venga speso per mettere fine a questo capitolo di inciviltà.

Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto,
ogne viltà convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov’i t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto».

Mario SommarivaIl Campo in ferro è un esempio di area sottoutilizzata non ancora restituita a usi civili. E’ in corso un’interlocuzione per il riuso, ovviamente con la dovuta riqualificazione ambientale. Bonifica è la parola giusta da usare in questo caso. E’ chiaro: l’area non è nostra e sarà necessario un intervento complesso e costoso, pertanto vorrei che ce la consegnassero già bonificata. Se invece dovremo farcela da soli, che ci vengano date le risorse per farla. Negli incontri svolti sino a oggi – ha affermato Sommariva – la Marina ha detto che se ne occuperà lei e poi ci consegnerà l’area. Ci sono necessità di stampo ambientale, sociale e civile, ma oggi c’è chiaramente un padrone di casa.

Mario Sommariva
presidente Autorità portuale
(28 marzo 2024)

Così, un giorno, tutto questo racconto sarà una favola nera che si potrà raccontare ai nipoti, a seconda di quanto invecchieranno inaciditi ed avvelenati i nonni. Attento, se non fai il bravo verrà la nave dei veleni a prenderti. Oppure, se non fai il bravo ti faccio dormire nel campo in ferro. O forse anche, se ti comporti male ti porto a Pitelli. Oppure potrà ispirare qualche Edgard Alan Poe in salsa moderna. Per ora, proviamo ad uscire dagli inferi.

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Cadimare, la Portofino spezzina

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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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