Gridare insieme lo stesso NO
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William Domenichini  

Gridare insieme lo stesso NO

Diceva quel tale, che un uomo solo si mette gridare il suo no, é un pazzo, milioni di persone che gridano insieme lo stesso no possano cambiare veramente il mondo. Un sabato pomeriggio lo si può passare in tanti modi: guardando con indifferenza il mondo che ci circonda, o partecipare al suo cambiamento. Marola, borgata senza mare, golfo che fu dei poeti. Società di mutuo soccorso, un palazzo storico, costruito dalla gente della borgata, per essere luogo di incontro e di vita della comunità. Lo è da secoli e quel sabato ha tenuto fede alla sua ragione di esistere.

Alle 17 iniziano ad arrivare decine e decine di persone. Salgono lo scalone, si assiepano nella sala. Gente di Marola, una comunità meravigliosa che da 150 anni vive imprigionata dal muro militare della Marina. Privata del suo mare, radice profonda di storie di donne e uomini che con il mare vissero in simbiosi. Avvelenata da inquinamenti, nocività, ipocrisia. Ma insieme ai marolini iniziavano a riempire la sala gente di Cadimare, di Fezzano, altre borgate, limitrofe, assieme a militanti pacifisti ed ambientalisti. Una spinta, a tratti inaspettata, per comprendere, conoscere, condividere una della più grandi menzogne raccontate negli ultimi tempi, condita da una serie infinite di ipocrisie: qualcuno la chiama base blu, ma potremmo definirla la grigia base NATO.

C’è qualcosa che accomuna questa gente, e che li rende solidali ad altri ancora, che vivono la città. La Spezia, una città di mare senza mare. Il golfo su cui si affacciano, sempre più lontano, sempre più distante dalle loro vite, ma inesorabilmente elemento della loro storia, delle loro radici. Una città, nella sua complessità, che ha fatto i conti con la limitazione e la privazione dei suoi spazi. In tempi non sospetti questo elemento era giustificato dal ricatto più antico che si conosce: il lavoro. Ciò che è un diritto, nella città del golfo è divenuto, declinato in tante salse, una merce di scambio, con l’ambiente, con la salute, con il territorio.

Oggi, che una delle sue più grandi realtà occupazionali, l’Arsenale della Marina militare, volge mestamente al suo tramonto, nell’indifferenza, nell’apatia e nell’ipocrisia di gran parte della classe dirigente, lascia emergere tutte le sue criticità. Inquinamento, nocività, abbandono. Come se non bastasse, ci vogliono raccontare che adeguare una base militare agli standard NATO, avrà ricadute occupazionali, occultando le tonnellate di fanghi inquinati che verranno dragati, omettendo la riattivazione di serbatoi di carburante sotto le case della gente, fingendo che su una discarica di rifiuti tossico nocivi si possa riacquisire spazi e trasformarla in un ormeggio per yacht di ricchi signori che salperanno dal golfo che fu dei poeti.

Parole, emozioni, sentimenti, rabbia. Tutto accompagnato da documenti, atti, immagini. Quelle del campo in ferro, per esempio.

Possibile che i diritti di un’intera comunità siano negati in un modo così plateale? Che le comunità siano ritenute suddite? Che di fronte a scempi ambientali che hanno ricadute sulla salute della gente ci si volti sistematicamente dall’altra parte, negando trasparenza e civiltà? Possiamo addirittura riappropriarci del lessico, del linguaggio e scrostare l’ipocrita e falsa narrazione di chi dipinge di blu, qualcosa che non ha nulla di cromaticamente sostenibile?

L’assemblea popolare di Marola ha dimostrato che la voglia di gridare insieme un no, ad un progetto costo, inutile, inefficace, sbagliato, è tanta. Ha raccontato che tutto questo non solo un problema di chi vive oltre il muro della base navale spezzina, ma un problema che riguarda una comunità, tutta. Da Marola, e non poteva essere diversamente, parte un grido. Non è la voce di un uomo solo, che grida il suo no, ma sarà la voce di tante persone che gridano insieme lo stesso no, la sensatezza di tanti si. Per un golfo di pace e non di guerra, di vera sostanzialità e non di ipocrite omissioni, di vera occupazione e non di ricatti.

No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere.

Giacomo Ulivi
partigiano
(Lettera agli amici)

 

C’è n’est pas qu’un debut

no base (blu)

 

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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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