La politica torni a compiere scelte
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William Domenichini  

La politica torni a compiere scelte

Perché sentire l’esigenza che la politica torni a compiere delle scelte? Evidentemente perché fino ad oggi ha latitato, lasciando alle strutture ministeriali l’onere e la libertà di compierle in sua vece. Eppure questo dovrebbe servire la politica. Dal recepire istanze sociali, necessità delle comunità che rappresenta, al farne sintesi sulla base di una visione e discuterle, per poi attuarle. Dunque sul grande tema delle aree militari spezzine ciò non è accaduto, non da qualche anno, ma da lustri.

In questo contesto si è svolta la tavola rotonda organizzata da LeAli a Spezia nel bellissimo spazio Sun Space. LeAli, movimento voluto anni or sono da Guido Melley e che in questi anni ha catalizzato l’attenzione e l’impegno di innumerevoli cittadini spezzini, in un ampio spettro di sentimenti politici ma con un terreno comune di valori. L’intento (riuscito) è stato di rompere il silenzio assordante che circonda la vicenda Basi blu. Non solo. Rilanciare un ruolo di protagonismo della comunità spezzina nella visione di riorganizzazione delle aree militari. Non si tratta di un episodio isolato, ma di una costante attenzione alle criticità e un impegno nelle istituzione per dare voce a battaglie di civiltà.

Una battaglia di opposizione ma che rilancia proposte ed alternative. Dall’introduzione di Roberto Centi alla relazione di Guido Melley, LeAli ha delineato un perimetro chiaro, purtroppo unico nel panorama politico spezzino. A cominciare riconversione degli enormi spazi inutilizzati, continuando con la programmazione e pianificazione di una città del futuro, senza mai dimenticare la necessità di bonificare aree estremamente inquinate. Temi impegnativi, ma fondamentali per una comunità che ha vissuto per oltre 150 anni all’ombra di un muro che ha lacerato il territorio ed i rapporti sociali, un tempo luogo di lavoro e di occupazione, oggi luogo di privilegi, di inattività e di nocività. Sullo sfondo una spada di Damocle: Basi blu. Un progetto mai discusso con la città e che rappresenta la pietra tombale per quel ponente che dalla nascita dell’Arsenale vive oltre il muro, in una città di mare senza mare.

Per compiere questo passo sono stati invitati i massimi rappresentanti istituzionali, i parlamentari spezzini. Su quattro, se ne sono presentati due: Andrea Orlando (in collegamento dalla Turchia per impegni istituzionali) e Raffaella Paita. Nessuna traccia del sindaco, Pierluigi Peracchini, ma quel che è peggio, nonostante la disponibilità data, forfait dell’on. Frijia e della senatrice Pucciarelli. Come dargli torto, per partecipare ad una discussione occorre avere contezza del tema trattato e delle idee da esprimere in merito, soprattutto il coraggio di confrontarsi con chi, eventualmente, non la pensa allo stesso modo. Ma al di là di questo penosa (ed ennesima) assenza di chi amministra la città e di chi governato ed oggi sostiene l’esecutivo nazionale, l’iniziativa ha assunto tratti interessanti, primo tra tutti l’evidente priorità del tema del rapporto tra le aree militari e la città.

Una partecipazione di cittadini notevole, qualche esponente politico, sindacalisti, associazioni e comitati. Criticità, necessità, prospettive. Nel mio intervento ho voluto sottolineare come il programma Basi blu sia stato, ad oggi, un’occasione persa, di ripensare e riorganizzare la base navale. 354 milioni di soldi pubblici che avrebbe potuto avere un diverso impiego. Se ci guardassimo attorno, basti pensare che l’ospedale spezzino (che non c’è) quota 425 milioni. Un’occasione persa dalla politica, perché la sua assenza ha consentito totale discrezionalità agli uffici tecnici ministeriali, come abbiamo visto più volte. Così, un’enorme spazio pressoché inutilizzato, continuerà ad essere inquinato ed occupato a macchia di leopardo.

Altro che futuro blu. Dunque il primo punto: la politica intervenga, ponga delle scelte, dalla riorganizzazione degli spazi militari in disuso alla necessità di bonificare le nocività. Quest’ultimo dovrebbe essere un tema questo di priorità assoluta per le comunità che vivono ai margini della base spezzina, una questione di civiltà. Non basta fare un emendamento alla legge di bilancio per stanziare fondi per la bonifica delle coperture in amianto. Occorre verificare, sollecitare e rimuovere quei gangli che impediscono un regolare processo di bonifica. Occorre un impegno concreto per la risoluzione definitiva della discarica del Campo in ferro, così come occorre eliminare dalle banchine le decine di unità navali in disarmo, alcune da più di 10 anni lasciate marcire alle bitte.

Bonifica e riorganizzazione, ma anche scelte lungimiranti. Se da un lato l’Arsenale è un’ex fabbrica, il cui organico attuale non consente una proiezione di rilancio delle attività che un tempo furono, occorre ripensarlo. Un tema che va affrontato senza pregiudizi, con pragmatica lungimiranza e con coraggio politico. Nella logica della varietà di destinazioni produttive e di diversificazione delle attività, sarebbe folle pensare che il tema “bellico” fosse l’unica soluzione, congelando il territorio e la città ad una visione produttiva che sta producendo solo danni. La tesi “armiera” dimentica che nonostante La Spezia fosse sede di importanti siti industriali militari, i dati occupazionali dell’Arsenale non hanno conosciuto mai un trend di crescita.

Così come sarebbe impensabile trasformare le aree in mere strutture funzionali al turismo. Tuttavia escludere le potenzialità turistiche, in particolare se queste fossero declinate sotto il profilo culturale (ne è un’esempio l’appello di riacquisizione dell’antica chiesa di San Francesco Grande) e non come preda croceristica, con un’occupazione di qualità e non con un precariato selvaggio, escluderebbe una variabile dal sistema. In 10 anni i MuratiVivi hanno prodotto decine di proposte per la riconversione civile delle aree produttive, il loro utilizzo per creare occupazione stabile, che goda di pieni diritti e sostenibile ambientalmente. Una su tutte, il polo del mare nelle vasche di San Vito. 

Ci fu un tempo in cui la città aveva un’interlocuzione con la Difesa e quel processo portò dei risultati, seppur con dei limiti. Nessun disegno organico, nessuna visione e soprattutto processi slegati dalla partecipazione della comunità. Non basta la cessione di qualche metro quadro per accontentare una comunità, occorre una visione consapevole, coraggiosa e condivisa. Occorre fermare un progetto ipocrita come Basi blu, che non ha nulla di sostenibile, che non porterà alcun posto di lavoro. Bisogna ripensare l’organizzazione delle aree militari, bonificarle e farle ritornare alla città attraverso un percorso partecipato. Diventa fondamentale rendere la comunità protagonista del proprio futuro, dalle istanze sociali a quelle produttive.

Nella discussione, magistralmente gestita da Nicholas Figoli (Sun Times), sono emerse richieste (CGIL, UIL, Borgata e Società Mutuo soccorso Marola) e degli impegni da parte dei parlamentari spezzini. Sarà vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza, ma le parole che sono risuonate al Sun Space sono state recepite da centinaia di orecchie, cittadini accorsi ad ascoltare e dire la propria. Certamente l’aria che si è respirata ci consegna un elemento: non è la prima e non sarà l’ultima occasione di dibattito e di chiarezza sul futuro dei rapporti tra le aree militari spezzine, la città e soprattutto la sua comunità. Non lo è perché la città sta maturando consapevolezza di questa “vertenza” e perché da anni ci sono cittadini, MuratiVivi, che la pongono con estenuante resistenza, e continueranno a farlo. Checché non ne pensi il sindaco e i parlamentari che si rendono disponibili sui giornali, non al confronto diretto con i cittadini.

In questi anni vi ho educato a sentirvi classe, a non dimenticarvi della umanità bisognosa e a tenere a bada il vostro egoismo, perché non si tratta di produrre una nuova classe dirigente, ma una massa cosciente.
Don Lorenzo Milani


Le proposte di LeAli

Breve rassegna

Basi blu - La Nazione (28 maggio 2023). La politica torni a compiere scelte

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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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