La banalità del male
Hannah Arendt, nel suo "La banalità del male", scrisse che i vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente, perché qualcuno resterà sempre in vita per raccontare. E terminate le testimonianze dirette? Ci restano le fonti. Si passa così dalla memoria alla Storia.
Ciò nonostante, i tentativi di contro narrare la banalità del male non si esauriscono. Soprattutto quando il tema è la Resistenza e non c'è angolo dello stivale che ne sia immune. Certamente, a ridosso della Linea Gotica, il materiale non manca. La Spezia e dintorni sono spesso oggetto di rivisitazioni grossolane, se non altro nella misura in cui l'attività partigiana, in un territorio fortemente militarizzato, non tardò a dimostrare la propria efficacia. Operazioni di giudizio a unico senso, quello revisionista. La fucilazione di un carnefice viene presentata come efferato delitto, un'azione di guerra è narrata con tutta la disumanità possibile. I rancori per le rappresaglie, per quanto condannabili dalle nostre comode poltrone, restano naturalmente fuori da ogni narrazione.
Il 12 Aprile 1945 si compiva la tragedia del presidio GNR di Borghetto Vara (SP). Circa 400 partigiani di Giustizia e Libertà con armi pesanti attaccarono il piccolo presidio composto da circa 20 uomini. Caduto il comandante Tassi, ferito il vice Massimo Andreeff, esaurite le munizioni il presidio si arrese. Massimo Andreff fu subito ucciso mentre chiedeva di essere portato in ospedale. Per gli altri inizierà il calvario fatto di percosse e sevizie per essere poi finiti nella foiba della "tana du caden du Mazendà" in territorio di Zignago (SP). Alcuni vennero uccisi separatamente in territorio di Veppo (SP).
Borghetto Vara era sede del comando provinciale della Guardia repubblicana (SP-628) non di un'ambasciata: il cuore pulsante, centro nevralgico delle operazioni fasciste di repressione e di tentativo di annientamento dei patrioti partigiani. Il lessico e la sintassi non sono quelli di un figlio che perse il padre, o di un padre che peggio ancora perse il figlio, la cui umana pietas è oltre il comprensibile, ma del revisionismo più becero. Tutti diventano comunisti, come se quell'aggettivo raccogliesse tutte le infamie possibili. I fascisti vittime di indicibili violenze, perpetrate da parte di chi, pochi mesi dopo, dà vita alla Repubblica che conosciamo.
Dalle fonti repubblichine si parla sistematicamente di esecuzione capitale (anche se è consolidata esigenza per uno Stato giustiziare il militarizzato infedele, l'atto risulta sempre doloroso, problematico e spesso deleterio), assassinio conseguente ad agguato, aggressione o cattura, combattimento anche in imboscata, bombardamento, incidente, errore, malattia o sevizie, sentenza dei nemici invasori, con fucilazione militare. Al netto delle iperboli, i membri del comando provinciale spezzino furono protagonisti di svariate azioni in cui, come prevedibile in una guerra, ci rimisero la pelle.
Facciamo un passo indietro. Meno di tre mesi prima, il 20 gennaio, tedeschi e fascisti rastrellavano l'intera IV Zona operativa. I reparti partigiani sono accerchiati dalla IV Divisione di Fanteria della Wehrmacht, dai reparti di Alpenjaeger, di Gebirgjager, dalla divisione Turkestan composta da mercenari tatari. Senza contare gli italiani: gli Alpini della Divisione Monterosa, i Bersaglieri della Divisione Italia, le Brigate Nere della Spezia, Carrara, Chiavari, e i reparti della X Flottiglia Mas. Un'operazione che conta circa 25 mila uomini.
Questa azione [il rastrellamento], preparata lungamente ed accuratamente, eseguita con enormi forze dotate di moderno materiale da guerra, condotta con decisa volontà di liquidare definitivamente le formazioni patriote della IV Zona, costituisce un definitivo ed inglorioso scacco di tutte le speranze fasciste. Sono 20.000 uomini stupendamente armati che vengono irreparabilmente gettati sulle posizioni di partenza da 2.000 patrioti che oltre al loro coraggio, alla loro fede, al loro spirito di sacrificio, al desiderio di immolarsi per i principi della libertà non avevano che armi portatili individuali, talune delle quali, come lo Sten, li obbligavano a buttarsi sotto per poterle usare.
Colonnello Mario Fontana, Comandante IV Zona Operativa
(Relazione sull’attività operativa svolta dai reparti - luglio 1944 / 25 aprile 1945)
Nell'inferno del 20 gennaio tutta l'organizzazione partigiana è investita dalla violenza nazifascista. Gli episodi di violenza e i drammi non si contano. Sul Dragnone, per esempio, i tedeschi e i fascisti arrivano di sorpresa. Dopo un tentativo di opporsi reso difficile dalla superiorità del nemico, Da Pozzo, Grandis, Pagani tentano di trattare per salvare almeno la vita ai civili che si sono uniti al gruppo. La resa avviene sulla base della garanzia di essere trattati come prigionieri di guerra e che sarà concessa la libertà ai civili. Tutti ammanettati e portati a Vezzola, dove fanno finta di non conoscere nessuno fra la popolazione, per evitare rappresaglie.
Da Pozzo, Grandis, Pagani sono trasferiti prima a Brugnato, poi al Comando provinciale della GNR, a Borghetto Vara. Lì i fascisti non vanno per il sottile. Il tempo di qualche pranzo di gala e vengono trasferiti alla Spezia, al XXI Fanteria, sotto le cure della banda Gallo. Grandis e Pagani sono messi al muro e fucilati il 3 febbraio 1945, nel quartiere della Chiappa, e lasciati a giacere per terra, come monito per tutta la popolazione. Da Pozzo è fucilato (insieme a Luigi Zebra) il 5 marzo 1945 a Monterosso. Non riuscirà più a rivedere la sua Marola, dove all'alba del 25 maggio 1945, presso la polveriera Caporacca, verrà eseguita una delle ultime fucilazioni di fascisti: il caporalmaggiore Contipelli Raffaele, anch'egli milite del Comando provinciale della GNR a Borghetto Vara, insignito con la Sciarpa Littorio.
Le notizie su ciò che accadeva al XXI Fanteria e al Comando provinciale della GNR non tardarono a circolare. Dunque il tentativo di riabilitare chi? Ma continuiamo con quel rigore che non è usuale nel revisionismo.
11 aprile 1945. Il Battaglione Zignago, formazioni di Giustizia e Libertà, scende verso Brugnato. Il borgo, fino ad allora, era in mano ai nazifascisti e viene occupato poco prima della mezzanotte. Il comandante della formazione giellina è Ermanno Gindoli.
12 aprile. Alba. Da Brugnato liberata, Gindoli contatta il Comando e chiede l'autorizzazione per oltrepassare il fiume Vara e attaccare Borghetto Vara. Ore 11. Il Comando partigiano dà il via libera. Ore 11:30, inizia l’attacco contro Borghetto e alle 13 il Comando provinciale n° 628 della GNR si arrende alla formazione azionista, con il supporto di tredici partigiani della brigata garibaldina “Vanni” e dei colpi di mortaio che la stessa “Vanni” spara da Serò.
Restano sul campo il maresciallo Pietro Tassi e il sottotenente Massimo Andreeff (genovese, classe '23). Vengono catturati i sergenti maggiori, Antonino Masala (sassarese), Giuseppe Mosca (teatino) e Giuseppe Pocci (spezzino, classe 1907), il sergente Ovidio Podestà, i caporalmaggiori Pasquale Bonini e Ghelfo Venturini (ortonovese), i militi Celestino Azzolini (mantovano), Carlo Ferretti, Giulio Gasparini (spezzino), Giuseppe Gonella (torinese), Renato Osenda (torinese), Giuseppe Pavone, Angelo Rezzano e Leonardo Usai.
Ermanno Gindoli, Oronzo Chimenti (caposquadra dei sabotatori) e Alfredo Oldoini non si fermano. Lasciano l'abitato di Borghetto per bloccare la via Aurelia, impedendo il passaggio delle colonne nemiche. Località Rocchetta. La strada serpeggia in una curva stretta e accentuata, ai piedi di un’alta rupe, si affaccia a precipizio su un’ansa del fiume Vara, lì profondo e rapido. Fanno in tempo a minare la strada quando giunge una colonna nemica. Salta tutto per aria, tutto tranne l'autoblindo in testa alla colonna. I nazifascisti aprono il fuoco. Gindoli e Chimenti cadono subito. Oldoini, ferito e con una gamba spezzata, si porta sulla sponda opposta. Non ha speranze, forse solo un incubo, quello di finire al XXI Fanteria, dove lo aspetterebbero torture e sevizie, e si uccide.
12 aprile 1945. Verso l'imbrunire l'assenza di Gindoli e dei suoi inizia a far insospettire. In poche ore si diffonde la notizia della morte del comandante e dei suoi compagni. Gindoli verrà sostituito momentaneamente al comando del Battaglione Zignago da Heraldo Curti, che dopo la guerra sarà commissario di pubblica sicurezza, tra i protagonisti della cattura del capo dei torturatori del XXI Fanteria, Aurelio Gallo.
15 aprile 1945. I prigionieri fascisti del Comando provinciale della Guardia Repubblicana sono fucilati vicino a Torpiana.
Il Battaglione Zignago, poco prima della Liberazione, riceverà l'ordine di tagliare la fuga ai nazifascisti presidiando Monte Albano già all'alba del 24 aprile 1945. Condurrà le operazioni con il nome di Brigata Gindoli ed uno dei suoi reparti sarà la Compagnia Oldoini.
Non è facile raccontare quel che accadde. Molto spesso la verità, quella che si vorrebbe svelare con sensazionalismi, facendo leve con ignobili operazioni fintamente umane, è avvolta dagli eventi, di cui sfuggono persino le cause e gli effetti agli stessi protagonisti. In un contesto simile, sarebbe bastato poco per prendersi una raffica di mitra, tanto era il rancore nei confronti di chi, per decenni ha seppellito il paese nell'oblio criminale di un regime. Forse sarebbe bastato anche una sola parola mal detta per fare riaffiorare l'odio per paesi dati alle fiamme, compagni assassinati, catturati, torturati, deportati, impiccati ai ganci da macellai. L'elenco delle barbarie che popolazione e patrioti partigiani hanno subito non è esauribile in uno squallido elenco.
L'odio genera odio, diceva quel tale, ma decenni dopo che quella banalità del male divenne vera barbaria, fianco a fianco all'occupante nazista. Dunque in un paese normale, questa elaborazione sarebbe un processo scientifico che sancisce i limiti di una storia, drammatica, ma sulla quale si è costruita la Repubblica. Invece, in un paese al contrario, il riemergere di narrazioni sensazionalistiche oltrepassa l'umana pietas, i volontari repubblichini diventano bisognosi di arruolamento, i decorati fascisti della prima ora diventano filantropi, le date si accavallano senza una fonte, financo i gradi militari mutano e i marescialli diventano maggiori. Tutto rigurgita la vendetta di chi diede il proprio sangue per la Libertà.
Tornano alla mente le conclusioni che non concludono del comandante Fumo, alias Marcello Moroni, al secolo Renato Jacopini.
Se la liberazione avesse portato qualcosa di nuovo, se si fosse dato fiducia agli uomini che avevano fatto la guerra di liberazione, se si fossero integrati nella vita civile invece di metterli troppo spesso nelle prigioni, o di respingerli ai margini della vita e della politica, le cose sarebbero andate meglio. Nella situazione torbida e corrotta del dopoguerra non si è proposto ai giovani nessun ideale. Solo per i più furbi la corsa affannosa alle poltrone.
Non è facile passare dall'esaltazione della guerra, con le armi in pugno, alla grigia atmosfera del lavoro quotidiano (quando il lavoro c'era) si ricade nelle difficoltà della vita, dalla quale ci si vede respinti, come reietti. Si pensava che tutto sarebbe cambiato, che saremmo tornati in un paese felice e che l'avevamo meritato. Ci siamo invece accorti di essere importuni e siamo stati scacciati dai nostri stessi compagni che avevano trovato la via giusta, quella del compromesso.
Ecco perché dopo 28 anni, affrontiamo il neofascismo con apatia. Siamo stanchi di riunioni e di raduni che non concludono nulla, siamo stanchi di manifestazioni e di congressi che si esauriscono in parole. I comunisti sinceri comprendono che bisogna lottare per un altro tipo di società, ma anch'essi sono soffocati da un parlamentarismo velleitario, da leggi, decreti, dalla burocrazia politica; considerano con animo triste l'ingiustizia trionfante, e, chi ha fatto la guerra di liberazione rumina l'amarezza che lo prende al ricordo dei morti, delle stragi, degli incendi. Ma oggi sarebbe festa grande per i difensori dell'ordine a tutti i costi, se i giovani che non hanno fatto la guerra, si abbandonassero a certi loro impulsi più che giustificati e rispondessero al richiamo di una rivoluzione astratta irresponsabile, sollecitata magari dal potere costituito.
Una volta si sapeva il significato concreto delle parole: democrazia, socialismo, libertà, laicità, rivoluzione. Oggi... ogni formula nasconde un inganno. Tutto è rimasto come prima, con le stesse tare e la stessa corruzione. Ecco perché credo sia venuta l'ora di riprendere l'opera abbandonata il 25 aprile 1945.
Renato Jacopini
25 aprile 1973
Immagine di copertina tratta da Facebook - L'immagine di Ermanno Gindoli è tratta da Wikipedia
