Laboratorio di guerra
Se pensiamo che la questione Iran-USA sia derubricabile al prezzo del greggio o all'esportazione di democrazia, probabilmente non teniamo conto del laboratorio di guerra sotto le nostre case. Casomai ne avessi necessità, il teatro di guerra iraniano è l'ennesima dimostrazione che i conflitti partono da casa nostra. Naturalmente sono conditi da tanta, tanta propaganda. L'altruismo dell'occidente non si misura, almeno nel mainstream, a barili, ma con due elementi: menzogna e ipocrisia.
L'ipocrisia sotto traccia è quella che un tempo era definitiva l'esportazione di democrazia. L'aveva capito bene Giorgio Gaber, meno la maggioranza dei cittadini e delle cittadine. Poi c'è la menzogna. Bipartisan.
L'Italia intende inviare aiuti ai paesi del Golfo, in termini di difesa aerea. Sulle basi militari tutti si stanno attenendo a quello che prevedono gli accordi bilaterali e vale anche per noi: abbiamo delle basi concesse all'utilizzo americano in Italia. Non saranno usate per bombardare. Oggi non abbiamo nessuna richiesta in questo senso, non siamo in guerra.
Giorgia Meloni, Presidente del consiglio dei ministri
(5 marzo 2026)
Le vicesindache deputate che leggeranno penseranno, l'ennesimo attacco gratuito alla donna madre cristiana. Facciamo un passo indietro, ma non perdendo l'orizzonte di ciò che accade.
Il Qatar è tra gli stati del Golfo del Medio Oriente che sono stati bersaglio iraniano dopo gli attacchi delle forze statunitensi e israeliane nell'ambito dell'Operazione Epic Fury, iniziata sabato 28 febbraio. Coincidenze e parallellismi ucraino-russi, al netto che se attaccano stars&stripes c'è sempre un motivo. Due pesi, due misure. Non divaghiamo. La marina emirina del Qatar è dotata di quattro corvette classe Al Zubarah e il dock per piattaforme di atterraggio (LPD). Al Fulk, la nave ammiraglia. Tutte e cinque le navi sono frutto dell'opera made in Italy di Fincantieri. Senza contare l'armamento e la strumentazione di bordo. Indovinate un po'? Al di là del vanto e orgoglio made in Italy, il Qatar risulta tra gli ospiti della rassegna bellica, SeaFuture (vedi scheda 2023).
Business is business. Noi produciamo, poi vendiamo e le mandiamo in guerra. Beninteso che non sono battelli che difendono, sono dotati di sistemi missilistici. Ma in fondo, che centra l'Italia. Si, le produciamo, ma è lavoro, occupazione. Ma il Bel Paese non si limita a fornire navi da guerra e armamenti correlati.
Le bitte del molo Varicella, propaggine della base navale spezzina, in odore di tinteggiature blu, assomigliano più a un parcheggio. Qualcuno ricorderò il suo brutto pasticciaccio. In ogni caso, non fece in tempo ad andarsene il Trieste che per mesi, per esempio, fu parcheggiata l'unità anfibia qatariota, Al Fulk. Il frutto della sapiente opera degli operai di Fincantieri e dai suoi manager non è stata consegnata chiavi in mano e fine dell'operazione.
In fondo ormai chi vive ai margini di aree militari è assuefatto a inquinamento, rumori molesti, lavorazioni in barba a qualsiasi zonizzazione acustica. Figuriamoci se ci poniamo dubbi su come vengono usate, le strategiche basi italiane. Sta di fatto che, una volta venduto l'oggetto nave da guerra, occorre addestrare gli equipaggi al suo uso. e quindi, nel frattempo, stazionava nella base navale tricolore. Voi direte, ma che noia darà mai. Al di là dell'interfono arabeggiante, che ha il suo fascino, e qualche radar che ruota, tutto nella norma. Non è questione della borgata senza mare, ai più nota come Marola, nemmeno spezzina. L'Al Fulk è questione nazionale.
Luglio 2025. Nelle acque del Golfo di Taranto, si conclude l'intensa attività addestrativa condotta dagli istruttori di MARICENTADD a favore dell'equipaggio del Landing Platform Dock (LPD) “Al Fulk" della Qatar Emiri Naval Forces (QENF). A darne notizia non è un freelance di qualche blog cospirazionista, o una testata antigovernativa, ma l'ufficio stampa della Marina militare italiana. In sintesi, il personale militare italiano è stato utilizzato per addestrare l'equipaggio di unità straniere, oggi impegnati in operazioni di guerra.
Al di là dell'aspetto "etico", ce n'è uno pratico. L'uso di risorse pubbliche. Uomini e donne dello Stato, pagate dallo Stato, per addestrare forze armate straniere. L'uso di risorse pubbliche dello Stato, pagate dalle tasse dei contribuenti, per ampliare infrastrutture che vengono usate come "parcheggio" da aziende private. Tutto nella norma.
Poi Trump cerca di rimandare all'età della pietra l'Iran e in un video, diffuso dal Ministero della Difesa del Qatar, il 30 marzo 2026 si vede la Marina Emirina del Qatar impegnata in operazioni di missilistiche di attacco, incluso quello che sembra essere la piattaforma di atterraggio Al Fulk che lancia i suoi missili ASTER 30 Block, prodotti da MBDA. 1 contro una minaccia in arrivo che potrebbe essere un missile balistico.
Se A = B e B = C, allora A = C. Nella retorica del governo Meloni ci si imbatte in furiose prese di posizioni della Presedente del Consiglio, imbarazzanti dichiarazioni della Farnesina e via discorrendo. Ma se qualcuno chiedesse conto del fatto che un'azienda con (irrisoria) partecipazione pubblica vende armi ad uno Stato che sta attaccando un altro Stato? Se chiedesse conto del fatto che spendiamo soldi per ampliare aree militari in totale abbandono per usarle come parcheggi per la vendita e l'addestramento di forze armate straniere?
Significherebbe avere un'opposizione ad un governo che palesa ampiamente le proprie bassezze. Ma così non è. Forse centra il fatto che, per esempio, a Bruxelles, con il voto di parecchi europarlamentari del centrosinistra italiano, ha varato il nuovo piano per aiutare l'UE a prepararsi al meglio contro le minacce future.
C'è qualcosa che non mi quadra, avvicinandosi il 25 aprile. Per esempio le celebrazioni nelle fabbriche belliche, come Fincantieri e Leonardo (ex OTO Melara). Ho provato a cercare gli interventi in quei luoghi, forse per mia incapacità, non ho colto il senso della memoria. Provo a riassumerlo brevemente. Quelle fabbriche, nel marzo del 1944, furono teatro di scioperi, in un momento in cui scioperare non significava perdere una giornata di salaria, ma rischiare la vita. Anzi, mi correggo, quasi certamente essere deportati in un campo di concentramento.
Ebbene gli operai di quelle fabbriche, nel bel mezzo di un conflitto voluto dal regime fascista, in un paese occupato dai nazisti, scioperarono. La Prefettura fascista emise un manifesto in cui minacciava apertamente di deportare chiunque avesse aderito a quella lotta. E fu di parola. Per inciso, il prefetto dell'epoca, era un tal Francesco Turchi, poi fondatore del Secolo d'Italia, il quotidiano dell'MSI, poi senatore della Repubblica.
