Antifascismo
William Domenichini  

Achtung, banditen!

No, no, no e ancora no, ma attenzione, anzi achtung, banditen! Ora abbandoniamo le negazioni referendarie, le sbornie euforiche di una classe dirigente che non si capacita come un'intera generazione di pericolosi sovversivi, di putridi bazzicatori di centri sociali, abbia preso la tessera elettorale e sia andata a votare. Per cosa? Non per chi sventala vessilli di vittoria, ma probabilmente per difendere la Costituzione che in tanti, non solo i governi di destra, in questo Paese hanno tentato di calpestare. Missione fallita.

Dunque sarà il vento di ribellione alle ondate reazionarie, o forse il fatto che la mia scrivania è ancora ricolma di carte, libri, documenti e tutto ciò che mi è servito a scrivere, riscrivere, leggere, rileggere e ancora scrivere. Sta di fatto che a fine marzo, la mia tastiera è ancora fumante per aver posto la parola fine ad un lungo ed entusiasmante travaglio letterario dattiloscritto. Dunque tra un NO e tanto materiale, faccio un po' di memoria. Non solo perché il mio ultimo cimento è tornato sulle strade partigiane. Marzo 2026, ho iniziato a proporre questo lavoro a chi credo possa valorizzarlo e prendersene altrettanta cura. Un mese significativo, non solo per quella spinta che ha reso possibile fermare l'ennesimo tentativo di svilimento della Costituzione, ma per le sue evocazioni.

23 marzo 1944. L'azione di guerra partigiana di via Rasella. I membri dei GAP romani piazzano alcuni chili di tritolo all'interno di un carretto della monnezza. Bentivegna accanto al carretto, Carla Capponi in cima alla via. Poi Fernando Vitagliano, Francesco Curreli, Raoul Falcioni e Guglielmo Blasi, sulle scalette di fronte all'incrocio con via del Boccaccio, pronti a lanciare le bombe a mano e poi scappare verso via dei Giardini. All'angolo di via del Boccaccio si trova Franco Calamandrei. Oltre a questi, parteciparono, direttamente o nei preparativi anche altri diciassette partigiani e partigiane. Calamandrei si tolse il cappello, segnalando a Bentivegna che i tedeschi si stavano avvicinando e che quindi doveva accendere la miccia e allontanarsi velocemente. Miccia accesa.

33 soldati tedeschi restarono a terra. L'esplosione scardinò le porte e le finestre del collegio scozzese nei pressi di via Rasella, così come andarono in frantumi anche i vetri dei piani superiori della Manica Lunga del Palazzo del Quirinale. Allo scoppio dell'ordigno alcuni gappisti lanciarono quattro bombe a mano, mentre alcuni gappisti (Falcioni, Serra, Curreli e Balsamo) tirarono fuori i mitra dai loro soprabiti e impegnarono i tedeschi in uno scontro a fuoco. Tra i gappisti nessuno riportò nemmeno un graffio e ne tedeschi ne fascisti riuscirono a catturarli. Si ritrovarono tutti in piazza Vittorio, dove li attendeva Carlo Salinari.

24 marzo 1944. La reazione tedesca fu irrefrenabile. Via Rasella fu la più imponente azione subita dai nazisti in una capitale occupata. Il generale Mälzer, comandante della piazza militare romana, pressato dalle ire di Hitler stesso, ordinò la rappresaglia all'azione partigiana di via Rasella: l'eccidio delle Ardeatine. Senza alcun preavviso da parte dei tedeschi e dei fascisti furono assassinati 335 tra civili e militari, prigionieri politici ed ebrei. 154 persone a disposizione dell'Aussenkommando, sotto inchiesta di polizia, 23 in attesa di giudizio del Tribunale militare tedesco; 16 persone già condannate dallo stesso tribunale a pene varianti da 1 a 15 anni, 75 appartenenti alla comunità ebraica romana, 40 persone fermate per motivi politici a disposizione della Questura romana. I restanti furono 10 persone fermate per motivi di pubblica sicurezza, 10 arrestate nei pressi di via Rasella, una persona già assolta dal Tribunale militare tedesco; sette persone tuttora non identificate.

Nella migliore tradizione revisionista, un atto di guerra come l'azione di via Rasella fu la "pietra dello scandalo" per additare i partigiani del GAP romano, come causa e non come effetto. Perché? Al di là del fenomeno revisionista, c'è un dato storico.

26 marzo 1944. Al principio fu l'Osservatore Romano. L'organo di stampa del Vaticano pubblica il comunicato tedesco che da notizia dell'attentato e annuncia l'avvenuta rappresaglia, facendolo seguire da un commento non firmato:

Di fronte a simili fatti ogni animo onesto rimane profondamente addolorato in nome dell'umanità, e dei sentimenti cristiani. Trentadue vittime da una parte: trecentoventi persone sacrificate per i colpevoli sfuggiti all'arresto, dall'altra. Ieri rivolgemmo un accorato appello alla serenità e alla calma; oggi ripetiamo lo stesso invito con più ardente affetto, con più commossa insistenza. Al di fuori, al di sopra delle contese, mossi soltanto da carità cristiana, da amor di patria, da equità verso tutti i "fatti a sembianza d'uomo" e "figli d'un solo riscatto"; dall'odio ovunque nutrito, dalla vendetta ovunque perpetrata, aborrendo dal sangue dovunque sparso, consci dello stato d'animo della cittadinanza, persuasi del fatto che non si può, non si deve spingere alla disperazione ch'è la più tremenda consigliera ma ancora la più tremenda delle forze, invochiamo dagli irresponsabili il rispetto per la vita umana che non hanno il diritto di sacrificare mai; il rispetto dell'innocenza che ne resta fatalmente vittima; dai responsabili la coscienza di questa loro responsabilità verso se stessi, verso le vite che vogliono salvaguardare, verso la storia e la civiltà.

Il plotone di esecuzione attese a Forte Bravetta il questore fascista di Roma, Piero Caruso, fucilato nel settembre del 1944. L'uomo di Buffarini Guidi fu l'unico, tra i responsabili di quell'eccidio delle Ardeatine, ad essere passato per le armi. Il generale Kesselring nel 1947 fu condannato all'ergastolo, poi scarcerato cinque anni dopo. Il colonnello Kappler fu condannato nel 1948 ed evase dall'ospedale militare del Celio nel 1977. Il capitano delle SS Priebke fu catturato solo nel 1997 e dopo un lungo processo fu condannato all'ergastolo, che scontò solo per pochi anni.

Ma facciamo un passo indietro e spostiamoci dalla Capitale, che vedrà l'entrata delle truppe del generale Clark il 4 giugno 1944. Le fosse Ardeatine erano ancora calde e la linea del fronte si alzava verso nord. Mentre via Rasella saltava in aria, mentre alle Ardeatine si compiva una strage, tra i monti dell'Appennino accadeva di tutto.

18 marzo 1944. Fascisti e tedeschi erano più di ottanta, assediarono una specie di baita ai margini di un lago, in mezzo alle montagne dell'Appennino tosco-emiliano. Per due giorni e due notti una compagnia di fascisti repubblichini e tedeschi sferrò il fuoco dei loro fucili e delle loro mitragliatrici contro quella baita. All'interno nove partigiani. I nazifascisti tiravano le loro bombe nel casolare, Dante e i suoi partigiani le raccoglievano e le rilanciavano fuori, prima che esplodessero. Un tavolo, una sedia, un ripiano, uno spigolo del muro, una porta divennero ripari al fuoco di mitragliatrici, dei moschetti e dei mitra nemici. Fino alla sera successiva. Poi, con il favore della notte, i nazifascisti contarono i morti, i feriti e scelsero la ritirata.

L'oscurità e il tacere del fuoco nazifascista consentirono ai partigiani comandati da Dante, nonostante le ferite riportate, di dileguarsi nella boscaglia e aver salva la vita, dopo aver inflitto una sonora bastonata a chi li voleva annientare. I nazifascisti ebbero 16 morti e molti feriti. La vicenda può sembrare inverosimile ma, oltre le testimonianze dei partigiani, c’è la fonte inoppugnabile del notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana, che omette però di dire che i partigiani erano solo otto e il loro comandate: un certo Dante Castellucci, Facio. E la vicenda finì sulla bocca di tutti.

Fa seguito alla segnalazione inserita nel notiziario del 20 corrente.
Forze operanti in località Lago Santo, verso il confine di Apuania, composte di 80 legionari della G.N.R. e di 30 tedeschi con una sezione di artiglieria, hanno testé circondato un rifugio, ove si era asserragliata una banda ribelle di forma imprecisata, che è in via di annientamento. Finora le perdite nostre sono: due morti (un legionario e un soldato tedesco) e un legionario gravemente ferito. Non si conoscono quelle inflitte ai ribelli. Riserva di ulteriori notizie.

Guardia Nazionale Repubblicana – Comando generale.
Notiziario del 21 marzo 1944. XXII

Il giorno successivo il bollettino fascista riprese la notizia, più stringata, ma il bilancio non poté subire censure e la propaganda si arrese ai fatti.

Durante le operazioni di rastrellamento, tuttora in corso, nella zona Lago Santo di Cornilio parmense (Parma) i legionari hanno finora avuto cinque morti e cinque feriti. Riserva di notizie.

Guardia Nazionale Repubblicana – Comando generale.
Notiziario del 22 marzo 1944. XXII

  

Si narra che Facio incoraggiasse i suoi otto uomini (Luigi Casulla, Luciano Ciannello, Giorgio Ciuffredi, Pietro Gnecchi, Giuseppe Marini, Terenzio Mori, Lino Veroni, Pietro Zuccarelli) con queste parole: "Ragazzi, non abbiate paura, se dobbiamo morire moriamo tutti assieme". La leggenda del lago Santo è storia di veri uomini che hanno saputo scegliere da che parte stare. Non morirono quel giorno e quella notte. Facio cadde qualche mese dopo e la mano che pose fine alla sua vita fu "amica", in una vicenda che merita ben più approfondimenti di quelli che spesso riceve.

Corsi e ricorsi. L'epilogo della vicenda di Facio è legato ad un altro protagonista della Resistenza, Renato Jacopini. Corsi e ricorsi il mese di marzo, anche per il dirigente comunista clandestino e comandante partigiano, segna la sua storia.

10 marzo 1984. Nella sua città natale, La Spezia, si spense Renato Jacopini. Dirigente comunista dal 1936, membro della giunta militare del CLN spezzino, comandante partigiano della brigata Lunense, questore della Liberazione alla Spezia, rimosso dal suo incarico dall'amministrazione alleata. Ritornò al suo posto di lavoro, nell'Arsenale della Marina militare. Nel 1955, per la sua militanza politica, venne licenziato. Tuttavia, quel 10 marzo, la sua città lo salutò, anche chi, per il suo "ribellismo", lo lasciò ai margini della vita politica. Nella conclusione di un suo diario, tuttavia, lascia un messaggio che, a scrutini referendari effettuati, fa pensare che le sue speranze non furono mal riposte.

Ma oggi sarebbe festa grande per i difensori dell'ordine a tutti i costi, se i giovani che non hanno fatto la guerra, si abbandonassero a certi loro impulsi più che giustificati e rispondessero al richiamo di una rivoluzione astratta irresponsabile, sollecitata magari dal potere costituito. Una volta si sapeva il significato concreto delle parole: democrazia, socialismo, libertà, laicità, rivoluzione. Oggi... ogni formula nasconde un inganno. Tutto è rimasto come prima, con le stesse tare e la stessa corruzione. Ecco perché credo sia venuta l'ora di riprendere l'opera abbandonata il 25 aprile 1945.

Renato Jacopini (4 giugno 1973)

Chissà. Probabilmente lo spirito di via Rasella, la leggenda del lago Santo, la vendetta delle Ardeatine, la memoria di Facio e di Jacopini, nel vedere difesa quella Costituzione che è frutto di quei sacrifici, avranno ritrovato pace: non quella che i benpensanti vorrebbero, non una mera speranza, categoria ingannatrice di chi vorrebbe traslare lotte e diritti in un orizzonte inafferrabile.  Uno spirito che non è mai tramontato. Semplicemente antifascista.

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L'ultimo lavoro

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese. Pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla. Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.
Antonio Mazzeo

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