Noi la farem vendetta
Qualcuno, leggendo che noi la farem vendetta penserà ai versi di "Figli delle officine". Dai monti e dalle valli, giù giù scendiamo in fretta, con queste man dai calli, noi la farem vendetta. Qualcun altro dirà che sono e sarò sempre, un povero comunista. Come dargli torto. Perché si invochi vendetta non posso limitarmi al fatto che, negli anni liceali, Edmond Dantés fu una figura affascinante, in una storia, tutto sommato, non particolarmente geniale. Almeno fino a quando ho scoperto Fëdor Michajlovič.
La storia che sto scrivendo ha i tratti del déjà vu. Forse un key plot device, un "glitch" o un errore nel sistema in cui viviamo, suggerendo che la nostra realtà potrebbe essere una simulazione. Ma la distopia in cui viviamo non ci consente queste divagazioni. Dunque torniamo alla realtà. Il "già visto" sta nel percorso.
Primo passo, l'esigenza. Quella di fissare e non perdere un pezzo di storia, in parte memoria, in parte fatti e vicende, che hanno segnato anche il nostro presente. Non solo. Se dimentichiamo condanneremo anche il nostro futuro. Immaginate un popolo senza memoria, pensate se quella memoria fosse il risultato di una menzogna. Secondo passo, l'entusiasmante passione. Se nella mia prima esperienza è stata il racconto e la testimonianza di una persona cara, anzi direi fondamentale, come mio nonno, ora mi sto misurando con qualcosa che non c'è più. Allora la fonte di abbeveramento non è la parola, ma il testo, i documenti, i diari. Terzo, naturalmente scrivere, pensare, studiare, leggere, immaginare, sentire visceralmente. E poi scrivere e riscrivere, leggere e rileggere. Godere e bestemmiare, sognare e intuire. Rileggere, cancellare e riscrivere.
Ma cosa direte voi, miei piccoli (2 o giù di lì) lettori? Non posso ancora dirvelo, perché tutto è ancora in divenire, ma credo che verrà, almeno nella misura in cui (come dicevano certi personaggi nelle loro vite clandestine) qualcuno sarà interessato a fare il passo successivo, quello che non metto mai in conto quando inizio. Pubblicarlo.
Ora se pensiate che questo sia un becero tentativo di marketing, potrebbe, ma siete completamente fuori strada. Una sorta di outing, nel quale fremo per condividere ciò che faccio e poterlo rendere di tutt*, non solo un mio percorso di conoscenza. Ma il vero motivo di questa condivisione è una triste, angosciante e vomitevole scoperta. E torniamo alla questione vendicativa. Nella storia che sto scrivendo, un capitolo prenderà proprio questo titolo. Noi la farem vendetta. Ma quale vendetta? E cosa ci sia da vendicare?
L'immaginazione e la Storia si intrecciano. Chi ha letto "Fulmine è oltre il ponte" ne sa qualcosa. Fatti e vicende realmente accadute si fondono nella mia visione dei luoghi e nella mia narrazione delle emozioni che suscitano. Azioni e gesti raccontati sono il motore della mia interpretazione emotiva, umana e, a tratti psicologica, di chi li ha raccontati. Non con il loro animo, perché in quei fatti drammatici è morto. In quelle vicende tragiche tumularono anche le loro emozioni. Non per reticenza, ma per sopravvivere. Chi può continuare a vivere se tormentato quotidianamente dal pensiero di un compagno torturato? O di aver ucciso? O di avere visto la morte prenderti per mano una quantità di volte tali da dargli del tu e non temerla. Non per coraggio, ma per abitudine.
Scopro, per puro caso, che esiste un blog, una pagina social, dal titolo evocativo: Associazione Vittime della resistenza (AVdr). Non la linko e non vi fornirò gli strumenti di ricerca, non ne vale la pena. Ma leggendo un loro testo, che conta poco più di 200 like, meno di 80 condivisioni e circa 70 commenti, ho sentito la necessità di scrivere questa riflessione. Non per contrastare questa piccola fuoriuscita fognaria, ma perché il tema affrontato mi è capitato, per scrivere la storia che sto scrivendo, di studiarlo, di leggere le fonti, di raccogliere del materiale.
Stiamo parlando della vicenda di Aurelio Gallo e i suoi accoliti (la banda Gallo). Ora chi non è spezzino, probabilmente è un Carneade come tanti. Per i sedicenti difensori delle "vittime" della Resistenza, il protagonista di "una vicenda semi-sconosciuta con un orrido finale". Gallo e la sua banda furono autori di un numero mai stabilito di crimini. Torture, sevizie, omicidi, tutti perpetrati in un luogo che alla Spezia, almeno per chi ha una coscienza, dà i brividi solo a nominarlo: il XXI fanteria.
Si tratta di una caserma dell'esercito regio, che dal 1943 al 1945 era sede operativa di una brigata nera, luogo di detenzione e interrogatorio dei patrioti catturati dai fascisti, dove venivano sistematicamente torturati per ottenere informazioni sulla Resistenza partigiana. Chi sopravviveva, il XXI fanteria era solo un luogo di transito. La destinazione successiva era verso i lager nazisti. Non a caso, compreso l'iter, innumerevoli patrioti optavano per il suicidio, pratica che consentiva di abbreviare il loro destino segnato ed evitare di rivelare informazioni che avrebbero cagionato altre catture, altre torture, altre deportazioni.
Poi avvenne la Liberazione. La Spezia fu liberata, salvo la narrazione fantasiosa di alcuni ex assessori e sedicenti intellettuali, dalle SAP il 24 aprile. Una colonna di Giustizia e Libertà tagliava la via ai nazifascisti in fuga verso Genova, arrivando in città poco dopo. La revisione narra che nelle zone di Riccò del Golfo gli scontri tra partigiani e nazifascisti in fuga si debba derubricare a crimini, infoibamenti in salsa sprugolina. Lo scopo di far calare una pietas anacronistica su criminali che hanno combattuto dalla parte sbagliata è un cliché. Nel frattempo, Aurelio Gallo e molti altri fascisti con le mani ancora intrise di sangue. Criminali, non vittime.
Pochi giorni dalla Liberazione, tre figlioli che non avevano ancora la maggiore età e una sola colpa, voler battersi per la Libertà, furono fermati dai repubblichini e trovati in possesso di un lasciapassare per muoversi nelle aree sotto controllo partigiano. Non ebbero la possibilità di disfarsi di quei documenti e, una volta perquisiti dalle camicie nere, furono portati alla caserma del XXI fanteria, nella sezione riservata alla custodia degli antifascisti. Una volta lì dentro, la banda Gallo avrebbe scritto la loro sorte con il loro stesso sangue, come scrisse quella di tanti altri patrioti prima. Interrogatori, sevizie, torture e poi il silenzio. Ma il silenzio, di quei luoghi, si pagava a caro prezzo. Destino cane, come accaduto per molti altri, furono fucilati solo tre giorni prima che i gruppi di azione partigiana prendessero possesso della città. Forse perché non parlarono.
Com'è quindi chiaro, Aurelio Gallo e la sua banda erano dei filantropi, se non candidabili al Nobel per la pace, in odore di beatificazione. Secondo la sedicente associazione "si trattava di una delle formazioni che, con l’appoggio tedesco, s’impegnarono contro le formazioni partigiane, in particolare quelle urbane, ad iniziare dai Gap, responsabili di molte uccisioni. L’attività di questa formazione non fu famosa come quella di altre unità di questo tipo anche perché era relativamente piccola. Italiani della Rsi e tedeschi scoprirono una rete della resistenza attiva all’interno della questura".
Come tutte le vittime della resistenza, dopo la Liberazione sparirono. Sparì il prefetto fascista, responsabile, tra le altre cose, di aver firmato l'ordine di cattura (e deportazione) di una famiglia ebrea, i Revere. Padre, madre e figlia di 9 anni. Franz Turchi, nascosto sotto le tonache di qualche seminarista prima di diventare senatore della Repubblica nelle fila del Movimento Sociale Italiano. Sparì il torturatore del XXI fanteria, Aurelio Gallo. Ma questo impeto di coraggio e di audacia incontrò la coriacea determinazione di chi, dopo il 25 aprile, non si accontentò della Liberazione e voleva Giustizia.
Gallo fu arrestato, trovato nascosto come un topo di fogna nel suo paese natio, in Friuli. Fu tradotto prima a Coltano, poi nel carcere spezzino. Lì, l'Unità del tempo, raccontava di un incontro curioso con un partigiano e noto pugile, tal Pellegrinelli, arrestato perché presunto partecipante ad una rapina. I due si incontrarono, probabilmente Gallo fece lo spavaldo, ma sbagliando cliente e Pellegrinelli lo mise KO, al primo colpo. Quell'episodio valse al sanguinario torturatore del XXI fanteria un trasferimento in infermeria, dove attese il giudizio del Tribunale.
Le cronache del processo alla banda Gallo sono laceranti. Il processo fu tenuto nella palestra di una scuola, in via Napoli. Un calvario di familiari delle vittime, una processione di dolore e rabbia che una piccola città non avrebbe mai più visto. Il commento revisionista raggiunge picchi inimmaginabili: "Nella guerra civile tutte le parti si erano comportate con durezza se non con ferocia. Nella città ligure vi erano stati molti attentati e uccisioni, a cui si era risposto, da parte tedesca e italiana, con rastrellamenti ed esecuzioni. E per ottenere informazioni si era fatto uso, su entrambi i fronti, alla tortura".
Non c'è una testimonianza, un documento, un memoriale, un diario, una lettera personale, che, in questo contesto specifico, parli di torture eseguite dalla Resistenza. Quindi ad un'affermazione simile, si potrebbe invocare semplicemente la chiusura di questo orrido strumento di menzogna.
Chi non conosce la fine di Gallo e dei suoi, può immaginarla. E' Storia. Forte Bastia, plotone d'esecuzione. Fine. Anche se la stessa esecuzione, nelle fonti, dimostra l'arroganza e la cieca obbedienza di Gallo alla sua storia delinquenziale. Chi conosce la Resistenza, sa bene che la pena capitale non fu uno strumento così semplice da gestire. Chi segnò il sentiero che usciva da un regime assassino e sanguinario fece i conti con strumenti che ripugnava. Non vivevano comodamente nei loro salotti, con una tastiera a scriver commenti e un mouse a metter dei like. Avevano alle loro spalle una guerra, delitti indicibili, erano sopravvissuti ad una caccia all'uomo. Oggi, noi, comodamente seduti sui nostri privilegi, possiamo consentirci il lusso di giudicare ciò che non abbiamo (fortunatamente) vissuto.
La chiusa è degna della menzogna che l'ha partorita. "Visto quello che successe non meraviglia che fu fatto di tutto per non ricordare l’evento di settanta anni or sono. Bisogna aggiungere che i condannati a pene detentive anche lunghe, grazie ad amnistie e indulti, furono liberi entro il 1952, ricordando che questi benefici andarono in favore anche di molti ex partigiani, responsabili di gravi crimini e come alcuni di loro fuggirono oltre Cortina o comunque all’estero".
Visto che succede, effettivamente non ci si deve meravigliare. Ora se avessi avuto dubbi sulla necessità di scrivere un romanzo storico sulla Resistenza, ora ne ho la certezza. Occorre farlo. E nel farlo esaudirò anche le aspettative di questa sedicente associazione di presunte vittime della Resistenza. Parlerò e racconterò di quel criminale sanguinario di Aurelio Gallo, attraverso un percorso di ricerca di fonti e di documenti. Tant'è, lo spessore di questa specie di associazione chiude il racconto, grondante menzogne e banalità, con una chiosa monumentale: "Non esistono foto della fucilazione della Spezia. Nell’immagine, il massacro di Dongo". Comprensibile. Siccome non esistono immagini della finale dei mondiali del 1938, usiamo quelle con Del Piero e Totti. Di contro, l'immagine di copertina che ho scelto è la pagina dell'Unità di giovedì 16 maggio 1946. Attinente al tema.
Il pezzo dell'associazione parrebbe firmato da un certo Antonio Pannullo, che dovrebbe essere un giornalista dal 1985. Secolo d’ItaliaD., Radio Vaticana, direttore di riviste Raids e Storia & Battaglie, ha scritto un libro sulla vicenda politica di Jean-Marie Le Pen e il Front National, sempre per i tipi del Settimo Sigillo. Tutto torna. Ma che ambisca a riscrivere la verginità di una banda di assassini, torturatori, fiancheggiatori dei nazisti, questo non è consentibile.
Ciò non solo per arginare l'onda revisionista, ma per continuare a portare il testimone che ci hanno lasciato uomini e donne che hanno lottato per i nostri diritti. Come il diritto a manifestare. Tema assai dibattuto, soprattutto quando a richiederlo sono realtà che negano sistematicamente i primi 20 articoli della Costituzione, ma pretendono di affermare il 21° e per farlo si appoggiano anche a membri del parlamento.
Consentire la libertà di manifestare è il principio cardine della democrazia e desta preoccupazione l’idea che tale libertà debba valere solo per chi è gradito: la Costituzione indica già i limiti e chi si colloca fuori legge non può ottenere autorizzazioni, ma non è questo il caso.
Stefania Pucciarelli, senatrice
(7 dicembre 2025)
Ogni riferimento a Casapound è del tutto voluto. Non vi ho detto nulla del mio lavoro? Accontentatevi nel sapere che è un romanzo storico, ambientato tra il 1944 e il 1953 ed il protagonista è un uomo che non è ricordato proporzionalmente a quanto ha contribuito a renderci liberi. Ma in fondo, poco importa. Perché con le parole, noi la farem vendetta.
Avanti siam ribelli
fieri vendicator
un mondo di fratelli
di pace e di lavor


