Il pane e la guerra
Mentre a Gaza i sopravvissuti stanno morendo di fame, nell'occidente moderno il pane e la guerra sono ormai una dicotomia imprescindibile. O almeno così vogliono farci credere. Come? Non si inventa nulla. Almeno non si butta via nulla. Sembra che Goebbels avesse teorizzato un decalogo assai interessante riguardo alla propaganda. Ma ogni cosa a suo tempo.
Il pane e la guerra, in una città divenuta tale per grazia e volere del conte Benso di Cavour, rappresentano qualcosa di più di una dicotomia. Una simbiosi. La monocultura bellica trasformò una città in fervente crescita culturale, un'antico borgo medievale sorto dalle ceneri del porto della luna, in una piazzaforte. La cecità e la sordità di chi ha gestito il potere per 150 anni hanno reso questa simbiosi una sorta di cancro apparentemente inestirpabile, che si nutre del corpo in cui è degenerato, tenendolo in un limbo. A metà tra la vita e la morte. Ne è stata una testimonianza il risultato della seconda guerra mondiale. La Spezia fu una delle città più bombardate d'Europa. Chissà come mai.
Questa simbiosi oggi assume i tratti vampireschi del neoliberismo. Socializzare le perdite, privatizzare dei profitti. Una delle rappresentazioni più esemplificative è SeaFuture, la fiera della guerra che nel 2025 arriva alla nona edizione. Organizzata da Italian Blue Growth, in collaborazione con la Marina Militare e con il sostegno del Segretariato Generale della Difesa/Direzione Nazionale degli Armamenti (DNA). SeaFuture si presenta come “una mostra internazionale che esibisce tecnologie innovative nei settori marittimo, della difesa e del duplice uso” (civile e militare)". Un incanto di retoriche che hanno uno scopo assai semplice: vendere armi per fare guerre.
Secondo gli organizzatori, "SeaFuture attrae rappresentanti governativi, forze navali, leader del settore e acquirenti da tutto il mondo, offrendo opportunità di networking esclusive". Dove lo fa? In una consueta location: l'Arsenale della Marina militare.
Forse ci siamo già scordati che nella scorsa edizione, i quasi 200 stand furono allestiti in due complessi dell’Arsenale. I fabbricati 61 e 62: cinque capannoni per complessivi 12.000 metri quadri. Cinque edifici storici, con più di un secolo di vita, intrisi del sudore di tanti operai. Officine di maestranze (calderai, tubisti e carpentieri in ferro), veri e propri opifici in cui si tramandava, di generazioni in generazione, sapere, consapevolezza, arte e mestiere. Il famigerato Piano Brin prevedeva, tra le altre cose, 23 milioni di euro per la loro riorganizzazione. Oggi, degli ultimi 8 operai rimasti (sui quasi 200 che furono in quelle officine) non v'è più traccia. Nelle officine, oggi, si allestiscono stand per una tre giorni di fiera bellica. Chissà, nel frattempo, sono terminati i lavori di dragaggio della darsena prospicente alla fiera?
Certo, siamo tutti in attesa dell'Arsenale 5.0 promesso da Crosetto, salvo faticare a capire dove siano finiti gli Arsenali 2.0, 3.0 e 4.0. Forse sono stati confusi con gli upgrade di Windows. Beninteso che questo triste destino, che complessivamente contava 12.000 dipendenti non più di 80 anni fa, ed oggi è deserto, è sostanziale per tutta l'area militare dell'Arsenale: 900.000 metri quadrati, sottratti. 150 anni fa, alla comunità spezzina. Ma come per magia, ogni cambio di lampadina, diventa notizia.
E' Il caso del recente annuncio di demolizione di edifici fatiscenti in Arsenale. Eureka! Le ruspe attendono gli edifici 145, 145 (A e B), 48 (A e B), 55, 63, 99. Al di là della pochezza dell'operazione e dell'enfasi mediatica, di fronte ad una mole di fatiscenza presente, c'è chi maligna sul fatto che, non a caso, l'edificio 63 (in basso a destra) sia prospicente all'area fiera SeaFuture. Forse che possa indurre gli ospiti a storcere il naso oppure anche in Arsenale si fanno le pentole, ma non i coperchi.
Resta il fatto che ogni processo di demilitarizzazione e di restituzione di queste aree, o di parte, appare ad oggi più concreto di un miraggio in pieno deserto. Quel che invece è assai concreto è lo stato di inquinamento di quelle aree. Contropropaganda? Basterebbe citare un caso: campo in ferro. Ma potremmo continuare con la quantità di rottami che sono abbandonati in quell'area, la destinazione che, di tanto in tanto prendono, oppure sapere quale sarà il nuovo deposito di rifiuti speciali.
Quisquilie, direbbe quel tale. Pinzillacchere. La fiera è blu, anche un po' green. Come l'Arsenale che la ospita, come le attività che si prefiggono i prodotti che mercanteggia. Ma pensate che l'unica questione sia semplicemente la farsa sostenibile? Purtroppo no. C'è anche di peggio. Se per il pane occorrono le guerre, non si guarda in faccia a nessuno. Figuriamoci a chi potrebbe passeggiare tra gli stand con candide divise e mani intrise di sangue. La lista delle Marine militari di Stati che hanno qualche problema con la Pace è abbastanza lunga.
Non possiamo accettare che La Spezia diventi vetrina e palcoscenico per regimi che calpestano quotidianamente i diritti umani e il diritto internazionale. La nostra città non può ospitare senza alcun filtro realtà che portano avanti politiche di oppressione, guerra e violenza contro civili inermi. Occorre avere il coraggio di porre dei limiti chiari, distinguendo tra cooperazione tecnologica e commerciale legittima e la complicità con chi si rende responsabile di repressione e massacri. E' importante promuovere un’economia legata al mare che guardi alla sostenibilità, alla ricerca, all’innovazione civile, ma non alle logiche belliche e di dominio.
Per questo chiede con forza alle istituzioni locali – Comune, Provincia e Regione – di prendere una posizione chiara e coerente: La Spezia non può e non deve accogliere delegazioni militari di paesi che praticano la dittatura, la repressione e la guerra contro i civili.
Luca Comiti, segretario CGIL La Spezia
(10 settembre 2025)
Unica postilla. Certi paesi non sono ospiti di SeaFuture da quest'anno, basta vedere le schede di approfondimento dell'edizione 2023. Così come Israele non è da qualche mese che mette a ferro e fuoco i territori palestinesi, così l'Arabia Saudita non è da oggi che ingaggia con i vicini di casa e così via. In ogni caso, le istituzioni che fanno? Nicchiano, nel caso migliore, dormono, in quello di medio termine, oppure fanno spallucce ed attendono il taglio del nastro.
Il sindaco della città spezzina, Pierluigi Peracchini, si è sconcertato delle reazioni, che da più parti si sono sollevate, contestando la natura di SeaFuture ed i suoi scopi. Laicamente, ho provato anche io a scuotere il primo cittadino. Forse, la massimo, sarò riuscito ad innervosirlo un pochino. Ma lui, credente fervente, deve essersi perso la posizione dell'associazionismo cattolico. Ma si sa che, nell'era post-moderna, dove tutto è il contrario di tutto, anche la sfera trascendentale assume toni relativistivi. Soprattutto quando, traguardando il fine mandato, ci si guarderebbe intorno per il proseguio della carriera. Meglio non contrariare certi centri di potere.
Il pane e la guerra, come unica, ineludibile scelta di vita. Così, a poche settimane da SeaFuture, val la pena riflettere. Nel giorno che ricorre l'omicidio di Salvador Allende, lasciando una traccia un po' più sostanziale che un post sui social che ricordi el presidente obrero. Possibile che un altro mondo non sia possibile? Nel cunicolo della retorica e della propaganda (suprematista e bellicista) certamente no. Nelle menti e nei cuori liberi, in grado di avere gli incubi pensando a cosa accade a Gaza, si. Dunque, in attesa della manifestazione che dimostrerà la volontà popolare di riconvertire SeaFuture, torniamo all'inizio. Propaganda? Ecco il vademecum. Non si inventa nulla di nuovo.
1. È necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali. Quindi riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
2. Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.
3. Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.
4. Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
5. La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.
6. Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.
7. Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.
8. Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.
9. Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali. Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.
10. Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.
Joseph Goebbels
Ministro della Propaganda nazista
(tratto da Goebbels' Principles of Propaganda, Leonard W. Doob)

