Domenico Chiodo fisso
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William Domenichini  

Un Chiodo fisso nella mente

Domenico, per chi non fosse spezzino un Carneade come tanti, ma nella città del golfo che fu dei poeti, è un Chiodo fisso nella mente. Maggior generale del genio, nonostante la ben più nota fama (si fa per dire) del fratello Agostino, sale agli onori della cronaca degli albori unitari. Fu il progettista e fautore dell’Arsenale della Marina regia alla Spezia. E poiché nacque il 30 ottobre 1823, quale miglior occasione per celebrarne il bicentenario della sua nascita?

Nonostante la cifra tonda, le ricorrenze e le celebrazioni non hanno avuto un eco strabordante. Nel 1857, Chiodo riceve l’incarico ed è chiamato alla Spezia per fare l’Arsenale. La città lo ricompensa con una statua nell’omonima piazza, terminale dell’omonima via e l’intitolazione di un’istituto scolastico. Il suo bicentenario sembra in sordina. Niente fuochi d’artificio, niente sbandieratori, niente bande. Una mostra al Museo Tecnico navale, inaugurata con l’ammiraglio Nervi (CSSN), l’ex ammiraglio Benedetti (ex direttore del museo e oggi nella Pro Loco del Golfo) e Piscopo (presidente del consiglio comunale).

Nonostante il clima labilmente dimesso, non si è persa occasione di rendere un acritico omaggio a chi, è il caso di dire, manu militaria, ha modificato il golfo spezzino irrimediabilmente. Certo è che lo sviluppo sociale, economico e i travagliati percorsi di emancipazione sociale e politica dei/delle tant* lavorator* spezzin*, passò, inevitabilmente, dall’Arsenale della Marina militare.

Il padre della moderna città, senza di lui la Marina Militare non sarebbe qui alla Spezia e non avrebbe avuto un arsenale all’avanguardia per i tempi.

Leonardo Merlini
Contrammiraglio, direttore del museo Tecnico Navale
(30 Ottobre 2023)

Curioso che il concetto di modernità sia strettamente legato agli oltre due secoli di militarizzazione del territorio. Oggi, repetita iuvant, quella modernizzazione che ha significato l’esproprio di quasi 900.000 mq (di cui 180.000 edificati) e circa 1.400.000 mq di acque interne, raccoglie intorno alle sue mura poco più di 400 lavorator*. Un crollo occupazionale che ha visto svanire il 95% degli/lle addett* impiegate. Nel tempo, il fossato che divise e separò la città da una porzione così importante di territorio, divenne un limite invalicabile ben più inquietante dei cartelli che lo vegliano, tra rovina ed inquinamento.

Il dazio che la comunità spezzina pagò per la realizzazione dell’Arsenale sabaudo, sull’altare del cosiddetto progresso, fu altissimo: andarono perduti i resti di civiltà romana e preromanica, spostati corsi d’acqua, cimiteri, chiese e testimonianze medievali, intere comunità traslocate. Il complesso di S. Francesco Grande, raro esempio quattrocentesco nella zona, fu inglobato nelle mura militari ed ancora oggi vede nel convento la sede dei Carabinieri (MP) e la navata della chiesa fu utilizzata per decenni come deposito di vernici (oggi inutilizzata, salvo mantenere la scaffalatura in cemento). L’antica chiesa di S. Maurizio fu rasa al suolo, riedificata nel 1884 attorno alle case di Marola e le sue fondamenta sepolte oltre il muro che separa la città dal suo mare.

La geomorfologia del golfo racchiude delle specificità, per la sua conformazione e per la sua natura. Dalla roccia calcarea, che costituisce il substrato di parte della piana su cui sorge la città, nascevano le sprugole. Fenomeni di risalita dell’acqua di falda freatica verso la superficie, consentiti dalla pressione e dalle fratture nel substrato, andando ad alimentare il reticolo idrografico. Il termine sprugola, plausibilmente dal latino speluncula (caverna), indica un acquitrino da cui sgorga acqua, rievocando benevole entità mitologiche.

Nella città prearsenalizia, esisteva il lago delle Sprugole, alimentato dalle sorgenti sotterranee che, nei periodi piovosi, zampillavano in superficie. I suoi emissari si sviluppavano nella pianura, verso il torrente Lagora o sfociando direttamente in mare. Un fenomeno suggestivo si manifestava quando l’acqua dolce sgorgava in mezzo al mare, come la sprugola di Maggiola e la polla di Cadimare. Quest’ultima, come del resto le altre presenti nella piana, fu compromessa irrimediabilmente dalla costruzione e dalle attività dell’Arsenale della Marina. Il geologo , non ancora rettore della prestigiosa Università di Bologna, la raccontò così:

Una Polla d’acqua dolce figurava nella prima edizione della Carta del 1863. […] Quella sorgente abbondantissima che avrebbe potuto essere tanto vantaggiosamente utilizzata anche per la Regia Marina fu soffocata, “parva sapientia”, quando per fare dighe e gettate dovunque nel nostro Golfo si devastavano e distruggevano senza alcuna necessità e senza ponderazione, molte parti dei dintorni del Golfo che avrebbero potute essere più utilmente risparmiate. La Polla d’acqua dolce di Cadimare avrebbe dovuto essere dichiarata monumento nazionale, come è stato fatto in Francia e in Svizzera per certi massi erratici, come si è fatto in America per una regione meravigliosa nelle Montagne Rocciose.

Giovanni Capellini
Geologo, rettore Università di Bologna, senatore del regno

Lo sviluppo urbano comportò la progressiva scomparsa delle sprugole. I lavori smembrarono il lago, lasciando solo due specchi d’acqua attraversati dal canale Lagora, fu deviato per la costruzione dell’Arsenale. Il lembo occidentale, inglobato all’interno del muro militare, fu sfruttato per le esigenze idriche della Marina Regia. L’altro, lo sprugolotto Pavarini, più ad est, fu interrato e la città vi fu costruita sopra, grazie al piano urbanistico voluto da Chiodo. Tuttavia la forza dell’acqua non si diede pace e quegli edifici subirono cedimenti strutturali talmente significativi da dover essere demoliti.

La vulgata, ampiamente sostenuta dagli ambienti militari, è che La Spezia, prima dell’avvento dell’Arsenale, fosse un malsano gruppo di case di pescatori, in condizioni miserevoli, definite dal gen. Alberto La Marmora, travagliate da epidemie e carestie. In realtà, già nella prima metà del XIX secolo sorsero i primi alberghi e locande, si rinnovarono le facciate degli edifici esistenti, si costruì il teatro Civico (1846), poco fuori delle antiche mura. Come la costruzione di uno stabilimento balneare dotato di bagni, albergo e scuderie, il Croce di Malta, in cui soggiornerà la famiglia reale sabauda.

Una realtà in fermento, una città proiettata verso un futuro a vocazione turistica, seppur di élite. Tuttavia un clima che influenzava, in campo culturale, la voglia di conoscenza anche popolare, che andava prendendo campo. Nel 1849, dietro impulso della Società di Incoraggiamento, strumento di educazione e trasformazione istituita alla Spezia dall’Intendente Francesco Serra, il Comune mise a disposizione alcuni locali sotto il Teatro Civico. Aprì al pubblico la prima biblioteca che, successivamente (1899), divenne comunale ed oggi è intitolata ad Ubaldo Mazzini.

Senza contare ciò che esisteva nella costa di ponente. Oggi Marola è l’unica borgata di mare senza mare, vituperata dal muro e dai veleni che vi stanno oltre. Ma prima del contributo di Domenico Chiodo le cose non stavano esattamente così.

Passato il paese di Malora vi è una piccola valle che incomincia quasi dalla spiaggia del mare con una chiesa dedicata a San Vito che è la parrocchiale di suddetto luogo. Quasi ai fianchi di essa scorre il canale di San Vito, il quale costeggia dal lato superiore la suddetta pianura che stendesi circa 300 passi dentro terra con un prato pieno d’ulivi sino alle falde del monte di Campia che quivi ha fine e resta diviso per mezzo del suddetto canale dall’altra montagna che gli succede di fianco alla Spezia. Questo prato chiamasi il piano dell’Acqua Santa a motivo di una chiesuola posta in fondo ad esso, con una Madonna venerata sotto un nome stesso a cagione di una sorgente di acqua perfettissima e perenne, che scaturisce alla sua sinistra.

Giovanni Capellini (1862)

Alle foci del torrente Caporacca sorgeva San Vito. Un borgo di antichissime origini, come testimoniano i ritrovamenti archeologici, alcuni dei quali salvati e conservati nel museo del castello San Giorgio, ma la maggior parte perduti o distrutti durante la costruzione dell’Arsenale. La piana, che congiungeva San Vito alle porte della città, si trasformò in un enorme cantiere che cancellò l’antico borgo. Marola divenne, tra quelle che oggi sono le tredici borgate del golfo, l’unica senza accesso al mare. Intorno al 1880, con l’Arsenale già inaugurato, la posa delle prime pietre della cinta diede inizio ad una vita da murati vivi. Di giorno i militari alzavano il muro, di notte i marolini lo demolivano. I lavori ultimarono solo con la sorveglianza armata, recludendo Marola, ed una parte della città.

Ora siete proprio sicuri che quel bicentenario sia così lodevoli di festeggiamenti? O è solo un Chiodo fisso? Inquadrare storicamente la figura di Domenico Chiodo significa certamente prendere atto che il suo intervento modificò radicalmente una città, la sua vita, le sue prospettive, la sua evoluzione culturale, economica, storica. Significherebbe anche porsi delle domande su cosa quelle scelte hanno comportato, ma soprattutto quali sono i suoi effetti, oggi. Se da un lato i nostalgici dei dipinti del Fossati incutono tenerezza, nella ricerca di un passato che oggi è scomparso, gli agiografi della militarizzazione del territorio destano pena.

Fu vera gloria? Forse l’ardua sentenza è già stata emessa, senza troppo attendere i posteri? In centinaia di migliaia di metri quadri inutilizzati, inquinati, abbandonati. Laddove si lavorava, oggi non c’è più nulla. Non c’è nemmeno la prospettiva di recuperare un territorio, che fu sottratto alle comunità da più di 150 anni.


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Ospite
5 mesi fa

Un’interessante memento storico della città che fu, e a me ignoto, da Pitellese di nascita-infanzia e Spezzino fino alla maturità.
Grato, La saluto cordialmente.

Gio
Ospite
5 mesi fa

Ho letto poche righe di questo articolo e se non sbaglio c’è una nota critica per la costruzione dell’arsenale dice che sono stati espropriati territoriali A territorio spezzino Beh se così non fosse magari anche da questa parte ci sarebbero tutta una zona di container che hanno rovinato in maniera molto più decisa il golfo non aggiungo altro

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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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