Dal pessimismo della ragione globale all'ottimismo della volontà locale
Analisi Global
William Domenichini  

Ragione globale e volontà locale

Dal pessimismo della ragione globale all’ottimismo della volontà locale è il titolo di un saggio. Invia questo studio alla Revista Crítica de Ciências Sociais (RCCS), nel settembre 2012. Sono passati 11 anni dalla redazione di quel testo, più di venti dalle contestazioni antiglobaliste. Perché le criticità che emergevano allora sono ancora attuali? Forse perché il sistema in cui viviamo se ne alimenta? Oggi tuttavia emerge un elemento, la guerra. Non che in questi decenni fosse sparito, anzi. Ma oggi è alle porte del mondo occidentale, quindi assai più visibile. Oggi quel cardine che sostiene pienamente la crisi perenne del sistema globale, in cui siamo immersi, presenta i suoi conti. Al netto dell’aggiornamento di alcuni dati, buona lettura.

  1. Premessa
  2. Il tempo dell’inganno universale
  3. La frontiera liquida della Democrazia
  4. Niente si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma
  5. Quando anche il cibo è merce, la fame è il mercato
  6. Tabula rasa mercificata, la ribellione di Gaia
  7. La crisi del sistema è permanente
  8. Greek economy, dal teorema ai corollari
  9. Prosecuzioni

Riferimenti bibliografici


1. Premessa

L’attuale crisi economica investe senza precedenti le relazioni sociali ed ambientali. Questa crisi procede in quanto mancano progetti industriali compatibili, mentre la finanza speculativa prende il sopravvento sulla produzione. È un modello economico di crescita lineare all’interno di un ecosistema basato su cicli. Mentre allo stesso tempo i diritti concessi diminuiscono inesorabilmente e le prospettive di emancipazione svaniscono. La comunicazione, sotto il controllo delle oligarchie economiche, permette di attaccare la nuova frontiera dei beni comuni, socializzando la perdita e privatizzando il profitto. Un teorema decodificabile. Dalla crescente importanza delle attività finanziarie nel sistema economico, alla mercificazione di ogni bisogno. Tutto condito con la mancanza di diritti e di futuro.

L’unità di sopravvivenza è il complesso “organismo più ambiente”. Stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il suo ambiente distrugge sé stesso.1

Gregory Bateson

Il paradosso di un sistema in crisi ambientale, economica e sociale, è nel paradigma che struttura un modello di crescita lineare in un ecosistema, il pianeta Terra, che vive di cicli, coniugando indistintamente sfruttamento di esseri viventi e di risorse. Sono bastati tre millenni alla società mercantile per mettere a repentaglio una storia di miliardi di anni del pianeta. Ciò che oggi accomuna il genere umano con l’ambiente che lo ospita, ad ogni latitudine, è un orologio che conta quanto tempo manca, al termine di una giornata in cui si lotta per sopravvivere, alla scadenza di un contratto precario, al termine di un prestito, alla fine delle risorse. Il tempo contato a ritroso, verso un futuro assente per molti e remunerativo per pochi, egemonizzato culturalmente da un linguaggio che manipola masse, condiziona abitudini, occulta disastri, proroga le soluzioni, conserva.

2. Il tempo dell’inganno universale

«Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti».2 L’informazione asseconda il potere economico di cui è parte integrante, ingranaggio e cinghia di trasmissione, con distorsioni dolose del linguaggio, ipocrisia e servilismo. La precarietà contrattuale diventa lavoro atipico, gli inceneritori sono termovalorizzatori, un carcere per chi non ha documenti è un Centro di Identificazione ed Espulsione, privatizzare un bene comune diventa razionalizzare il servizio. Il sale che disseta, il carbone pulito e tanti altri ossimori, prodotti dal main stream mediatico, strutturano il ruolo cardine di ciò che è stata definita “Fabbrica dei sogni e delle menzogne3, la voce del ponte di comando. Il senso delle parole diventa strumento essenziale dell’analisi globale, consentendo di superare la banalità dei luoghi comuni sulle problematiche cruciali del nostro tempo, scartando falsi miti, seducenti e fuorvianti scorciatoie.

I sistemi di difesa del sistema

L’inganno globale declina l’ambientalismo come ostacolo allo sviluppo, intralcio all’economia, freno all’impresa e quindi al benessere. Ogni stratagemma sostiene la mistificazione del sistema di consumi e del suo cardine, il PIL. Ma il senso delle parole ci ricorda che l’ecologia non è che “somma” di oikos (οἴκος) e logos (λόγος), ossia lo studio della casa, delle relazioni tra l’ambiente e gli elementi che lo vivono. La dimostrazione che la sua “eversività” mette in discussione il dogma economico: lo sviluppo esponenziale di produzione e consumi. Il pensiero unico4 ammaestra le masse imponendo la religione del consumo, convincendo che le leggi che regolano la casa rappresentano un freno.

Chi chiede democrazia diventa un intralcio alla mano invisibile5 benevola. La nostra economia, così bisognosa di produrre sempre di più, ci impone di plasmare sul consumo la nostra stessa vita, di trasformare in riti l’acquisto e l’uso dei beni materiali, di fare del consumo la nostra unica fonte di soddisfacimento spirituale e di autorealizzazione. Smaniamo per consumare, eliminare, sostituire ogni genere di oggetto ad un ritmo sempre più rapido6.

Da questa istantanea post secondo conflitto mondiale, vennero stabiliti nuovi equilibri geopolitici, nuove dinamiche che gettarono le basi per aumentare il divario sociale tra il miliardo ricco del pianeta ed il resto del mondo. In questo processo di nuova schiavizzazione, dove le catene e le galee vennero sostituite con il WTO (commercio), il FMI (cooperazione monetaria internazionale) e la Banca Mondiale (finanziamento), da Bretton Woods alla globalizzazione vige la legge del più forte, quella per il raggiungimento del massimo profitto, superando addirittura la relazione tra domanda ed offerta. La condizione di concorrenza crolla e nuovi monopoli basati su concessioni pluriennali si traducono in sfruttamento di risorse senza controllo, a scapito della sopravvivenza di interi ecosistemi.

Ecologia ed economia

Si parte dall’ecologia e si arriva all’economia, smontando la matrioška semantica che limita l’agire della critica, banalizzando le complesse relazioni tra le variabili della “casa”, un sistema in cui la sopravvivenza dipende da due processi contrastanti nei modi di raggiungere l’adattamento e di viverlo. Come una divinità bifronte, l’evoluzione agisce in due direzioni, distinte ma estremamente correlate tra loro: una verso l’interno in equilibrio con il proprio ciclo vitale, l’altra verso l’esterno, nelle mutazioni e negli stravolgimenti dei rapporti con l’ambiente circostante.

L’economia è “somma” di oikos (οἴκος) e nomos (νόμος), le regole della casa, la scienza delle scelte che condizionano la gestione delle risorse disponibili per una comunità, intesa come un luogo di vita, la casa, e quindi implicandone ogni aspetto distributivo di un processo continuo. Assunzione di decisioni, opzioni che si accettano o che si abbandonano per gestire qualcosa che ci accomuna, nei rapporti di lavoro, di produzione ed utilizzo dei beni.

Ecologia, economia: facce della stessa medaglia, del sistema in cui l’uomo nasce, cresce, si riproduce e muore. La casa globale è chiusa, limitata, le sue risorse non sono infinite, ma dipendenti in modo biunivoco dalle attività sistemiche che le utilizzano, talvolta irreparabilmente, modificando le condizioni di vita. Dopo anni di dogmatismi liberisti si scopre, empiricamente, che il rapporto tra impatto ambientale e redditività non è proporzionale, in altri termini l’infondatezza della environmental Kuznets curve hypothesis7: se il profitto resta una costante del sistema globale, le ricadute ed i danni che ne conseguono dimostrano quanto occorra incoraggiare migliori prestazioni ambientali nei paesi meno sviluppati, a partire dalle tigri ruggenti asiatiche, ma soprattutto nei paesi industrializzati, sostenendo il progresso di pratiche compatibili, azioni di risparmio di risorse ed utilizzo di sistemi meno impattanti sugli equilibri del pianeta, come l’acqua, il cibo, l’aria e l’energia.

3. La frontiera liquida della Democrazia

Privatizzare tutto

I beni comuni, “res commune omnium8, diventano la nuova frontiera, risorse naturali preda di chi intende perseguire i propri affari minimizzando i costi, nonostante a miliardi di persone ne sia precluso l’accesso. Il genere umano ha già superato il picco dell’acqua, usando la metà delle risorse idriche disponibili nel pianeta: 884 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, 2,6 miliardi di persone sono senza servizi igienico-sanitari di base, 5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie connesse alla mancanza d’acqua, di questi 1,8 milioni sono bambini; solo in Cina, 300 milioni di persone sono senz’acqua.

Se il presente è allarmante, le prospettive sono peggiori: l’acqua utilizzabile è davvero poca e, con popolazione e consumi globali in aumento, le disponibilità idriche si riducono esponenzialmente con il passare del tempo. Solo il 2,5% dell’acqua planetaria è potabile e di questa piccola frazione il 68,7% è intrappolata nei ghiacci, quindi inutilizzabile, e circa il 30% nel sottosuolo, in equilibri già compromessi nelle zone più povere del pianeta. L’atlante delle acque sotterranee e transfrontaliere individua ben 273 falde che attraversano le linee di confine, potenziali, o effettive, fonti di conflitti, dove chi estrae sottrae al vicino: 68 in America, 38 in Africa, 155 in Europa e 12 in Asia. Da un lato c’è chi chiede modifiche normative9 per lenire una crisi idrica globale già in atto, dall’altro chi intensifica le dinamiche di rapina del miliardo ricco a danno del resto del pianeta.

Il secolo dell’oro blu

Il World Business Council, una lobby che raggruppa i giganti mondiali di energia ed acqua, esplicitò come fare affari con i poveri, così come la multinazionale francese Suez adottò lo slogan “Forniamo l’essenziale della vita”, palesando lo scopo di sfruttare beni fondamentali per la vita. Se è vero che il mondo si divide tra chi ha la pistola carica e chi scava10, il compito di scavare è riservato a quei 5 miliardi di esseri umani che eternamente definiamo in via di sviluppo, soggiogati dalle regole del “turbocapitalismo”11 globale: privatizzazioni, ricatti commerciali, l’applicazione di sistemi economici coercitivi che impongono le ragioni del profitto ai bisogni vitali.

Se Sparta piange Atene non ride. L’occidente industrializzato partorisce realtà immortali come le corporation che vampirizzano il resto del mondo, ma viene travolto dalla finanza creativa. Dal project financing ai derivati si trasla temporalmente il fallimento sovrapproduttivo di un sistema che non ha più spazi di crescita, ma solo di indebitamento, e quindi va all’attacco ai beni comuni: “Pesa più un litro d’acqua che un litro di petrolio?”. Il cambiamento sorge localmente, in forme diverse e diversamente efficaci. Le ribellioni alle privatizzazioni passano dal voto referendario, come hanno dimostrato le municipalità di Parigi, Berlino o l’esperienza italiana12, ma la vera spinta arriva dal sud del mondo. La Bolivia di Evo Morales presenta, e fa approvare13, all’assemblea generale dell’ONU un documento in cui si dichiara l’accesso all’acqua potabile come “diritto umano”.

I conflitti dell’acqua

L’acqua è una questione strategica: attualmente circa 50 conflitti e tensioni tra stati confinanti sono per cause legate all’uso dell’acqua, legittimando la stessa etimologia della parola “rivale”, ossia chi si contende la riva del fiume: dal Colorado negli USA, al Mahadi in India passando per la Palestina. Nel 1967 in medio-oriente scoppiò la guerra dei sei giorni, a cui seguì l’occupazione israeliana della Cisgiordania e delle alture del Golan, un’operazione progettata anche per scopi idrici: l’Headwater Diversion Plan di Siria e Giordania prevedeva la costruzione di una diga per deviare il fiume Giordano prima che sfoci nel Mare di Galilea. Le acque cisgiordane sono gestite dalla compagnia idrica israeliana, la Mekorot Water Company: un israeliano consuma circa 370 metri cubi all’anno, un colono oltre 640, un palestinese poco meno di 100.

Esistono ordinanze militari che vietano ai palestinesi di possedere un impianto idrico senza un permesso israeliano, impediscono di scavare nuovi pozzi, limitano quelli esistenti a non superare i 140 metri di profondità14 mentre gli israeliani superano gli 800 metri. Nei villaggi palestinesi l’acqua arriva solo poche ore al giorno, perché la Mekorot decide arbitrariamente di toglierla per garantirla alle coltivazioni dei coloni. Lo stesso tracciato della Israeli West Bank Barrier spesso separa i pozzi dalle terre coltivate dai palestinesi.

4. Niente si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

La dipendenza dal petrolio

Altro picco, altra corsa. Quella all’energia. Oggi il genere umano consuma circa 86 milioni di barili di petrolio al giorno15, di questi il Nord America se ne accaparra 23,9 milioni, il 28% della produzione mondiale. L’Europa ne brucia 16,1 milioni (18,9%), mentre l’area russa si attesta sui 4,3 milioni (5,1%). L’Asia e l’Oceania circa 25,1 milioni (29,4%) mentre Africa ed il Centro-Sud America ne consumano rispettivamente 3,2 (3,8%) e 6,7 (7,2%). I primi 7 paesi consumatori di petrolio divorano il 50,39% della produzione mondiale. I primi 40 paesi ne consumano addirittura l’88,36% ed, il quella classifica, il continente africano conta solo 3 paesi, che utilizzano solo il 6,26% della produzione mondiale di greggio. L’Asia, con 19 paesi ha una quota pari al 40,3%, l’Europa con 12 nazioni il 20,8%, il Sud America con 4 paesi il 7,9% mentre Canada e USA ben il 28,8%.

Altra corsa, altra rapina ed ulteriori cortocircuiti nei paesi in cui è forte la dipendenza dall’importazione di idrocarburi. Visti i rischi di insolvenza le maggiori compagnie petrolifere snobbano gli affari in terra ellenica, martoriata dalla speculazione finanziaria, ma c’è un’eccezione: l’Iran. L’Unione Europea importa circa 500mila barili al giorno di greggio iraniano ed il 68% è destinato alle economie più fragili dell’Eurozona16, tuttavia incombe un embargo che bloccherà le relazioni commerciali tra Teheran e l’UE stessa. Dunque per sostenere il boicottaggio di Bruxelles (e di Washington), la Grecia sta tra l’incudine della mancanza di energia per produrre e muovere merci, ed il martello di debiti ed imposizioni di FMI e BCE, sull’orlo del default. La banalità vuole isolare le responsabilità delle crisi in confini locali, mentre la regia è globale.

L’inganno dell’atomo

Il tentativo di superare certi disequilibri passa per processi che paradossalmente li rafforzano, come l’energia nucleare. Agli attuali ritmi di consumo, l’uranio si esaurirà nei prossimi decenni: i 440 reattori in funzione in tutto il mondo necessitano di circa 69.000 tonnellate di uranio all’anno17, e se tutte le nuove centrali nucleari proposte venissero costruite, occorrerebbe il doppio del combustibile, rafforzando le dinamiche di sfruttamento dei paesi ricchi di materie prime ma con economie sotto ricatto. Il colosso francese Areva ha fatto estrarre per 40 anni uranio in Niger18, lasciando 270 miliardi di litri d’acqua contaminata nei pozzi, per le strade della città mineraria di Akokan la radioattività è quasi 500 volte superiore alla media nazionale ed i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio di quelli del resto del paese.

La Francia ha fortemente investito nel nucleare. Con i suoi 58 reattori produce il 75,2% dell’energia elettrica, ma nonostante ciò ha i consumi di petrolio pro capite più alti d’Europa19, ed un sistema elettrico estremamente rigido, poiché le centrali nucleari non si possono regolare al variare di domanda. Per coprire le richieste di picco della rete viene prodotto un enorme surplus in ore di minimo consumo, condizionando ciò che sta intorno.

Le centrali elettriche italiane (nessuna nucleare) sono in grado di erogare una potenza massima netta di 101,5 GW20. Per una media disponibile alla punta di circa 67 GW, e contro una richiesta massima storica di 55,9 GW21, l’Italia non solo è elettricamente autosufficiente ma ha impianti in eccesso, ma da quando il settore è stato privatizzato i costi dell’energia sono tra i più alti d’Europa e così conviene mantenere centrali spente, o a basso regime, ed acquistare circa il 13% del surplus francese.

Energia, un altro vettore di controllo

Schizofrenie del mercato, tuttavia il quadro globale è chiaro: 50 anni fa la popolazione mondiale era di 2,5 miliardi di individui e circolavano 50 milioni di auto, oggi siamo a quasi 7 miliardi di persone e 500 milioni di veicoli, che diventeranno 1 miliardo nel 2050. Più persone, più consumi, meno materie prime, più tensioni. I conflitti per l’approvvigionamento energetico sono ormai parte integrante del DNA e della storia del genere umano. A partire da Pearl Harbour22 in poi, si è perso il conto dei conflitti per l’accesso a fonti energetiche fossili.

Il nucleare è anche in questo caso paradigmatico e le scorie del funzionamento delle centrali diventano strategiche: ad oggi la maggior parte dei combustibili esausti sono stoccati in depositi provvisori, ma in virtù della natura intrinsecamente dual-use del nucleare, civile e militare, le scorie si usano per costruire ordigni atomici. In Francia il potente arsenale nucleare è funzionale all’ammortamento dei costi del nucleare civile e dalla Cina al Pakistan, passando per Russia, USA, Giappone, India, Argentina, fino all’Iran, tutte le implicazioni geopolitiche vengono sottaciute, o strumentalizzate. Dunque nasce prima l’uovo o la gallina? Il battesimo del nucleare fu Hiroshima e Nagasaki, ed a seguire una corsa che oggi conta 22.600 testate atomiche attive23, una tecnologia civile nata per scopi militari.

5. Quando anche il cibo è merce, la fame è il mercato

Terra, genetica e mercato

La scarsità di cibo è tra le maggiori questioni del pianeta, una delle variabili che, unendo la continua devastazione ambientale, i processi produttivi e della diseguaglianza sociale, potrebbe condurre al collasso del sistema. La scarsità di acqua potabile produce conseguenze inevitabili per il 15% dei raccolti di cereali a livello mondiale, che dipendono direttamente dall’approvvigionamento dell’acqua di falda: circa 175 milioni di indiani e quasi 130 milioni di cinesi si sfamano con raccolti irrigati da falde in esaurimento, mentre l’80% del terreno agricolo mondiale rischia di scomparire, in un processo di autodistruzione in cui l’accresciuta pressione sui campi, per compensare le perdite globali della produzione agricola, vanifica ogni tentativo di limitare i danni.

Il business va alla ricerca di nuove frontiere, come l’utilizzo degli organismi geneticamente modificati che, con l’impollinazione incontrollabile, rischiano di contaminare colture naturali e sostenibili, causando danni ben maggiori di quello ambientale. Un’azienda privata potrebbe esercitare un controllo totale sulla politica alimentare ed economica di interi paesi, semplicemente controllando il patrimonio genetico delle sementi che mette in produzione. Uno scenario in cui il cibo non è più un elemento essenziale per la sopravvivenza ma l’ennesimo vettore del profitto, al netto delle conseguenze climatiche sull’incremento dei processi di desertificazione di cui gli OGM sarebbero responsabili.

Il business della fame

Il suolo fertile statunitense viene perduto 10 volte più in fretta rispetto ai tempi naturali di rigenerazione e, a questo ritmo, il pianeta rischia di trovarsi senza terre coltivabili in meno di 60 anni. Gran parte degli uomini e delle donne che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno risiedono in zone rurali e sono agricoltori, ma non possiedono né terreni né infrastrutture, non hanno accesso ai servizi sanitari o all’elettricità. Contemporaneamente le città sono sempre più interessate dalla fame: la popolazione urbana cresce del 4% l’anno, i livelli di povertà aumentano, così come il numero delle persone che vivono negli “slum”, ad un tasso dell’1%24. Si passa dalla scarsità di cibo all’opulenza, un quadro in cui pochi eletti ingrassano mentre c’è chi non riesce a procurarsi il cibo.

Se negli Stati Uniti il 26,7% della popolazione è obesa, gli affamati nel mondo sono oltre un miliardo, e con i prezzi dei generi alimentari in costante aumento, la maggioranza degli esseri umani avrà poche alternative per cibarsi: pagare di più, tirare la cinghia oppure la ribellione sociale. Ne è un caso la Tunisia, dove all’interno dello sconvolgimento sociale dettato dalla crisi, dalla città di Sidi Bouzid partì la rivolta: Mohamed Bouazizi, un ambulante, si uccise per protesta contro il carovita, dandosi fuoco. In seguito a quel gesto la contestazione dilagò, registrando altri casi di lavoratori disperati che ricorsero a gesti estremi. Tunisi venne invasa da centinaia di persone per protestare contro il governo, che in pochi mesi si dimise. La posta in palio è la sopravvivenza.

6. Tabula rasa mercificata, la ribellione di Gaia

Il clima che cambia

I dati sulla variazione di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera dimostrano di essere correlati con i processi di surriscaldamento globale25. Il clima cambia e cambia il territorio: il processo di desertificazione genera un vero e proprio fenomeno di “profughi del clima”, circa 50 milioni di esseri umani, a fronte di 4,6 milioni di profughi in fuga da guerre e conflitti26, abbandonano le proprie terre, non più in grado di garantirgli la sopravvivenza. Ancora più allarmante è l’incremento temporale di questi dati: nel 1990 si trattava di 25 milioni e si previde che entro il 2050 avrebbero superato i 200 milioni, ma le stime potrebbero arrivare fino ad un miliardo di persone, costrette a migrare a causa delle conseguenze dei cambiamenti climatici.

L’agenzia dell’ONU ha risposto a una media annua di 276 emergenze in 92 Paesi, oltre la metà delle quali causate da calamità, il 30% da conflitti e il 19% da emergenze sanitarie.27 Il clima dunque non è solo una variabile ambientale, ma sistemica, correlata agli aspetti sociali ed economici. Per anni la Fabbrica dei sogni e delle menzogne ha confutato la sola possibilità che esistesse un cambiamento climatico in corso, e come per magia milioni di persone erano cieche e sorde di fronte a dati ineludibili: dalla tropicalizzazione dei climi temperati, all’avanzamento inesorabile della desertificazione, accomunate a danze termiche mai registrate.

La terra si ribella

Le conseguenze sono in primo luogo sul territorio, che risponde a violenza con violenza e così frane ed alluvioni accorciano i tempi di ritorno. Il 2010 è stato un vero e proprio annus horribilis: 950 catastrofi naturali, per il 90% legate ad eventi climatici estremi o temperature record, che hanno ucciso circa 295.000 persone e prodotto danni per 130 miliardi di dollari,28 1,3·1011 $, equivalente al PIL di un paese come il Marocco.

Proposta la soluzione, il protocollo di Kyōto, trovato l’inganno con cure uguali alla malattia: il mercato. Con il Clean Development Mechanism (CDM) si consente alle nazioni di trattare le emissioni di CO2 come un qualunque altro scambio commerciale, sulla base dei limiti da rispettare e con un sistema di emissions trading al posto della diminuzione: quote di gas serra passano da chi ne produce a chi non ne emette, monetizzando la virtù e commercializzando l’aria. Un’azienda occidentale continua ad inquinare in patria, ma acquisisce quote di emissioni nel sud del mondo che non le produce, attraverso “crediti di emissione” ed un sistema detto cap-and-trade.

Da un problema ad un inganno

Senza diminuire le proprie emissioni l’azienda diventa proprietaria di una foresta per garantirsi quote d’emissione: la Cachoeira (Paraná, Brasile) è una foresta acquistata della General Motors, che la presidia con squadre di vigilantes impedendo agli indigeni, che trovavano sostegno in equilibrio con quell’habitat, di accedervi. La GM continua ad emettere la stessa quantità di CO2 ed intorno alla foresta brasiliana si va creando una cintura di povertà, dove i nativi sono costretti a sopravvivere secondo nuovi stili pre-industriali, imposti coercitivamente.

Se le regole del gioco sono queste non stupisce il fallimento delle Conference of the Parties: a Copenaghen (COP15) i due padroni della Terra, Washington e Pechino, ostacolarono la conclusione di un accordo vincolante sulla riduzione delle emissioni. Il documento finale si limitò a sostenere che l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe contenersi in 2°C, quando oggi è palese quali danni abbia causato l’innalzamento di circa 0,8ºC. Dal fallimento di Copenaghen si è passati all’inganno di Cancún (COP16), in cui fu ribadita la drammaticità dello stato di cose ed il velleitario margine sugli obblighi di emissioni di CO2 stabiliti (dal 25% al 40%), fino ad arrivare a dei paradossi: gli Stati Uniti, senza ratificare Kyōto, diedero disponibilità a diminuire le loro emissioni a condizione che lo facesse anche la Cina, oggi maggior produttore di gas serra.

La soluzione del mercato

La disponibilità della Cina fu a condizione di quantificare le emissioni pro capite. Un’opzione sfavorevole agli statunitensi, quindi nulla di fatto. Dalla beffa dell’istituzione del Fondo Verde, amministrato dalla Banca Mondiale e che consente ai paesi industrializzati di imporre ulteriori condizioni di limitazione di sovranità ai paesi in via di sviluppo, si passa all’inganno. Il ricorso a meccanismi di mercato: i REED+ e chi inquina continuerà ad ignorare le proprie responsabilità. Passando dalla “fornitura” di risorse finanziarie, in sostegno ai paesi in via di sviluppo, allo “stanziamento congiunto” di 100 miliardi di dollari con il mercato del carbonio, si impongono nuove forme di colonialismo.

A Cochabamba, durante la Conferenza mondiale dei popoli sui cambiamenti climatici e diritti della Madre Terra, in soli tre giorni ci fu l’accordo tra i 40.000 delegati di 142 paesi, individuando cause della crisi sistemica e le misure concrete per affrontare la crisi climatica, includendole nei negoziati preliminari di Cancún, poi caduti nel vuoto.

Facili profeti

La mano non è più invisibile, ma infernale. Esporta merci, importa schiavitù, depreda e globalizza lo sfruttamento annullando i diritti in nome della crisi, dell’aumento di produttività, minacciando delocalizzazioni, mentre la Fabbrica dei sogni e delle menzogne occulta come al crescere della produttività diminuiscono occupazione, salari, stipendi e diritti. Le comunità reagiscono cercando di riappropriasi delle regole per gestire la casa. Uno sforzo collettivo in cui l’elemento partecipativo è linfa vitale, traguardando non solo la possibilità ma la necessità di un altro modello economico-sociale, recuperando l’allarme lanciato dal Club di Roma29 e passato in sordina in nome degli interessi di pochi contro i bisogni di 7 miliardi di individui.

Emerge la volontà di combattere i nuovi totalitarismi, siano essi dettati dalla coercizione delle armi o dalle bilance commerciali. Rialzano la testa gli esegeti del nucleare, ma è dimostrato che le centrali atomiche abbattono le emissioni di CO2 solo del 30% rispetto ad una centrale a gas, ricordando la menzogna degli inceneritori e della scomparsa dei rifiuti: i 440 reattori in funzione nel mondo, peraltro desueti, coprono meno del 6% dell’energia globale30. Per avere un significativo abbattimento dei gas serra, il nucleare dovrebbe coprirne almeno il 20% ma per ottenere un risultato simile occorrerebbero 35 nuove centrali nucleari all’anno per i prossimi 60 anni.

7. La crisi del sistema è permanente

Informazione, Beni comuni, Clima sono variabili di un sistema che ha una sola costante: la crisi. Paradossalmente si producono più merci di quanto si è in grado di vendere31, e la sovrapproduzione viene affrontata passando dall’economia del reddito a quella del debito, attraverso magie che fanno comparire denari anche quando non esiste un valore correlato: riparte la locomotiva fino a quando il circolo vizioso scoppia come le bolle di cui si alimenta. Il meccanismo passa dalla riduzione dei costi, all’efficientismo tecnologico, organizzativo e della produzione, nonostante i più fervidi liberisti ammettano che «il moderno paradigma di gestione del rischio del mercato è arrivato al capolinea, l’intero edificio intellettuale è crollato»32. Per affrontare il fallimento del sistema i governi europei procedono al taglio di costo del lavoro e spesa sociale, chiudendo entrambi gli occhi sui processi di delocalizzazione produttiva in luoghi del pianeta dove i diritti non esistono.

Non fermate il conducente

La locomotiva deve continuare a correre, produrre e vendere ad ogni costo e l’economia passa dal reddito al debito, con i subprime lending, b-paper, near-prime, second chance, guai chiamarli prestiti o debiti a soggetti che non sono stati in grado di pagare quelli precedenti. I funambolismi lessicali non fanno prigionieri, aiutano a digerire le prime fasi della crisi mentre la finanziarizzazione tenta di surrogare la diminuzione dei consumi introducendo la più remunerativa speculazione. L’insolvibilità non svanisce con alchimie e lo schema dilaga globalmente, in modo tossico, contaminante. Il passo dal disastro economico a quello sociale è breve, con la diminuzione dei salari e la contrazione dei diritti, la frontiera dei processi di mercificazione produce irreparabili ferite ambientali, in un vicolo cieco in cui pochi conducenti portano il resto dell’equipaggio.

La logica vorrebbe che un sistema in crisi venga messo in discussione ma paradossalmente si propongono cure che sono cause della malattia. Esegeti del liberismo che governano sostengono che la crisi dilaga perché il mercato è stato imbrigliato e appesantito da regole e spesa pubblica, procedendo ad abbattere ciò che resta dello stato sociale. Quelle che sono state arditamente definite come «le poche voci liberali che ancora compaiono sui giornali»33 sostengono che i cittadini europei godono di troppi diritti, dalla culla alla tomba e le eccessive tutele rappresentano la vera causa del disastro.

Debito che genera debito

Finanziare il debito, o flessibilizzare il lavoro, è ormai ricetta sobria e transfrontaliera di chi fa provvedimenti da strangolamento sociale accompagnando tassazioni sul lavoro dipendente a tagli ai servizi, ed attendendo l’andamento e le risposte dei mercati finanziari, attaccando le forme residuali di diritti34. Il fiscal compact, un accordo europeo che impone il rientro del proprio debito pubblico superiore al 60% in vent’anni, diventa una sorta di golpe silenzioso continentale, imposto da banchieri travestiti da governati, che giustificherà l’assalto privato ai beni comuni, facendo saltare ogni programmazione sociale, ambientale ed economica.

A differenza di altre crisi, quella attuale non ha connotati di ciclicità, ma diventa una spirale di dimensioni globali che si sviluppa proprio quando abbiamo i minuti contati per evitare una catastrofe ambientale irreversibile. Nell’occidente intriso di mercificazione, di “aculturazione” ed omologazione35, un’opera inutile come il corridoio Lisbona-Kiev diventa da un lato totem dello sviluppo speculativo, dall’altro simbolo di chi lotta per il proprio territorio. Il traffico merci Italia-Francia è crollato, la linea ferroviaria esistente sottoutilizzata e ciò nonostante sono previsti tunnel alpini per il TAV che costeranno circa 20 miliardi di euro36, aumentando il debito pubblico senza prospettiva produttiva.

8. Greek economy, dal teorema ai corollari

La crisi avanza con l’assenza di progetti industriali compatibili, di modelli in grado di assumere la natura come reale fonte dei valori d’uso. “Greek economy” rappresenta un teorema la cui ipotesi iniziale è che il mercato può divorare tutto ciò che rimane da mercificare. La sua dimostrazione è empirica. Da un lato le difficoltà dei PIGS37 e l’agonia del terzo mondo, dall’altro le tigri del BRIICS38 e gli USA, la più indebitata e più armata al mondo, pronta a sostenere il proprio tenore di vita con ogni mezzo.

Far debiti per strozzare l’economia

Con materie prime al limite dell’esaurimento, occorrono scelte di produzione di beni ponendosi domande su cosa, quanto, come, dove produrre. Invece il cliché del pensiero unico dilaga, definendo il primo corollario della greek economy, proprietà commutativa del sistema: cambiando l’ordine dei fattori di de-industrializzazione il prodotto non cambia. Rimozione delle limitazioni alla competitività del mercato unificandolo su prodotti come l’energia, decisa apertura verso altri mercati, diminuzione delle regole che frenano gli affari, riforme per un mercato del lavoro selvaggio, settore di servizi finanziari più dinamico e spregiudicato39. Nessun diritto, nessuno sviluppo di progetti innovativi, ma ulteriore potenziamento del sistema di sfruttamento, too big, to fail40.

L’assalto è a ciò che è facilmente tramutatile in ricavo, sistemi accessibili e mercificabili, monopoli naturali dove i rischi d’impresa sono pressoché nulli, mentre i profitti garantiti: i beni comuni. Gestire il ciclo idrico privatizzando la vendita dell’acqua, trasformare energia in grandi impianti con enormi sovrapproduzioni41 senza curarsi di sprechi e dissipazione, trasportare merci con sistemi energivori. Le vecchie categorie industriali su cui si fonda il PIL, sono nel baratro della crisi ma il modello non si discute, dal modo di costruire, di muoversi, di trasformare energia o di produrre il cibo.

Il progetto di finanza

Ogni cambiamento si riduce all’efficientismo, senza mutare il paradigma economico. Si riduce il campo della democrazia aumentando i livelli di privatizzazione, con strumenti come il project financing, ovvero finanziare privatamente scelte pubbliche. Si formalizza il secondo corollario della greek economy: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei ricavi. La messa a valore del capitale arriva a monetizzare anche i disastri ambientali. Una frontiera strettamente correlata con i processi di ricostruzione, mette in soffitta ogni forma di prevenzione. Alluvioni, frane, terremoti, siccità e quant’altro diventano voci di bilancio, in un processo in cui le emergenze sono voci in attivo del sistema economico. La crisi poggia anche sull’insostenibile mancanza di futuro, quindi sulla paura.

Il terzo corollario chiarisce che il sistema non crollerà. Sfruttare la crisi, per conquistare nuovi territori di profitto, con privatizzazione, precarizzazione e solitudine delle vite. Solo in l’Italia quel peso solca il volto di oltre 60mila giovani, il 70% dei quali laureati pronti a migrare. Un bilancio negativo in cui per ogni “cervello” formato tre espatriano. 2,5 milioni di lavoratori con contratti precari con una disoccupazione giovanile oltre il 30%. In Grecia è al 47,2%, in Olanda all’8,9%. Dopo i danni, le beffe, con i tagli a formazione e ricerca42 fanno perdere la capacità di innovazione. Contrariamente, in realtà come i Paesi Bassi, ad un lavoratore straniero che “importa” conoscenza viene offerto un incentivo del 30% dello stipendio lordo annuo. Il “ruling” è indicato come un rimborso delle spese di “relocation”. Non c’è know-how? Lo si prende da chi non è in grado di utilizzarlo.

9. Prosecuzioni

Quando arrivammo a Buenos Aires successe qualcosa di insolito. Improvvisamente un uomo mi diede un foglio, come avvertimento, in cui vi era scritto «siamo lo specchio in cui dovete guardarvi, l’errore da evitare»43. Mentre il mondo industrializzato fingeva di ignorare gli errori commessi, sui muri scalcinati delle città sudamericane comparivano delle scritte. ¿Si privatizar es la cura porqué Argentina agoniza?44. A quella domanda sono state date risposte locali, a partire dai processi di emancipazione. Quella lezione è servita per iniziare percorsi di riappropriazione del proprio futuro, tentando di rivedere una drammatica realtà:

L’uomo è l’unica creatura che consuma senza produrre. Egli non dà latte, non fa uova, è troppo debole per tirare l’aratro, non può correre abbastanza velocemente per prendere conigli. E tuttavia è il re di tutti gli animali.45

Il recupero della democrazia reale (e non del dollaro) alle dinamiche di un nuovo feudalesimo globale diviene un fattore determinante. Condizione necessaria, ma non sufficiente. Produrre cosa, come e per chi?


Note

Premessa

1Bateson, Gregory (1990), «Verso un’ecologia della mente», p.503. Milano: Adelphi (Trad. G. Longo)

Cap.2

2Nel film “Palombella Rossa” (Italia, 1989), il protagonista si scontra con una giornalista a causa del suo linguaggio.

3Chiesa, Giulietto (2005), «Cronache marxziane», Panarari, Massimiliano (ed.), p.164. Milano: Fazi Editore

4Ignacio Ramonet parlò per primo di egemonia culturale del neoliberismo e del primato dell’economia sulla politica.

5La mano invisibile, teorizzata da Adam Smith per rappresentare l’autoregolazione del mercato. Secondo Joseph Stiglitz, la ragione per cui la mano invisibile sembra invisibile è che spesso non c’è. Altman, Daniel (October 11, 2006), “Managing Globalization: Q & A with Joseph Stiglitz”, The International Herald Tribune

6V. Lebow, “Price Competition in 1955”, Journal of retailing, p.5

7La curva di Kuznets mostra l’evoluzione della distribuzione del reddito nel tempo. Correla PIL pro capite (ascisse) e coefficiente di Gini (ordinate) e misura la diseguaglianza di tale distribuzione.

Cap.3

8Liber secundus, De rerum divisione – I.2.1pr.: “[res] vel in nostro patrimonio vel extra nostrum patrimonium habentur. Quaedam enim naturali iure communis sunt omnium, quaedam publica, quaedam universitatis, quaedam nullius, pleraque singulorum … Et quidam naturali iure communia sunt omnium haec: aer et aqua profluens et mare et per hoc litora maris. Nemo igitur ad litus maris accedere prohibetur, dum tamen villis et monumentis et aedificiis abstineat, quia non sunt iuris gentium, sicut et mare”.

9UNEP (2010, 7 September), “Greening Water Law”, versione elettronica, consultato 11.07.2012, in http://www.unep.org

10Nel film “Il buono il brutto il cattivo”, (Italia, 1966), uno dei protagonisti costringe a scavare una fossa il suo rivale.

11Il termine turbocapitalismo è stato coniato da Edward Luttwak (1999), «La dittatura del capitalismo»

12Il 12/13 giugno 27 milioni di italiani votarono il referendum per abrogare l’art.4 D.L135/2011, che obbligava alla privatizzazione dei servizi pubblici, compre il servizio idrico integrato.

13122 voti favorevoli, nessun contrario e 41 astenuti tra cui Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia

14Le ordinanze militari n° 450 e 451 del 1971 trasferiscono il diritto di concedere licenze di utilizzazione dell’acqua, prerogativa del Direttore del catasto giordano, alle autorità israeliane.

Cap.4

15International Petroleum (Oil) Consumption: All Countries, Total OECD, and World Total, Most Recent Annual Estimates, 1980-2007 – U.S.Energy Information Amministration

16U.S. Energy Information Administration (Juin, 2011), consultato 09.07.2012, in http://www.eia.gov

17World Nuclear Power Reactors & Uranium Requirements (april 2011)

18Left in the Dust – uranium mining in Niger” consultato l’8.07.2012 in http://www.youtube.com/watch?v=ioRtzOWm07A

19La Francia consuma 87.5 milioni di tonnellate di greggio, corrispondenti a 1833 migliaia di barili al giorno (2009). “Statistical Review of World Energy 2010”, versione elettronica, consultato il 30.06.2012 in http://www.bp.com

20Potenza efficiente degli impianti elettrici di generazione in Italia al 31 dicembre 2009”, Dati Terna, consultato il 07.07.2012 in http://www.terna.it

21Dati Terna, Picco (11.07.2007), consultato il 10.07.2012 in http://www.terna.it

22Il 7 dicembre 1941 i giapponesi attaccarono le Hawaii. Secondo alcuni non fu una sorpresa, anzi. Il presidente americano Roosevelt stesso sarebbe stato a conoscenza del piano nipponico e fu usato come casus belli per dichiarare guerra al Giappone, mascherando le reali questioni legate all’approvvigionamento di petrolio.

23Status of World Nuclear Forces 2011

Cap.5

24The State of Food Insecurity 2010”, FAO

Cap.6

25Visualization of Carbon Dioxide Increase and Seasonal Variation, September 2002 through July 2008” consultato l’8.07.2012 in http://airs.jpl.nasa.gov

26Report UNHCR (2009): “42 milioni di persone in fuga nel mondo. l’80% si trova nei paesi in via di sviluppo

27A Complex Nexus”, International Organization for Migration, Climate Change and Environmental Degradation (June 10, 2009)

28Press release (03.01.2011), “Overall picture of natural catastrophes in 2010, Natural disasters killed 295,000”, Munich RE

29Un’associazione non governativa di scienziati, economisti, uomini d’affari, ed attivisti di tutto il mondo, che si è posto il problema individuare ed analizzare i cambiamenti climatici e le loro conseguenze.

30Key World Energy Statistics. International Energy Agency (2010)

Cap.7

31Il capitale non ha scopo la soddisfazione dei bisogni, ma la produzione di profitto, creando una discrepanza tra le dimensioni limitate del consumo ed una produzione che tende costantemente a superare il proprio limite .

32Alan Greenspan (October 23, 2008), “Testimony of Dr. Alan Greenspan to Committee of Government Oversight and Reform” consultato il /8.072012 in http://oversight-archive.waxman.house.gov

33Ostellino, Piero (17 maggio 2010) , “Stato sociale, dieta forzata”, Corriere della Sera, p.1

34Esemplificativo il dibattito in Italia sull’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevede la tutela da licenziamenti senza giusta causa per aziende al di sopra dei 15 dipendenti. Solo il 3% del totale delle aziende ha quelle dimensioni ma i lavoratori beneficianti sono ben il 65,5% (Fonte: CGIA di Mestre).

35P. Brunatto (7 febbraio 1974), “Pasolini e… la forma della città”, RAI, consultato il 8.07.2012, in http://www.youtube.com/watch?v=ccTfrb8NIuM

36Appello per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino – Lione. Progetto Prioritario TEN-T N° 6, sulla base di evidenze economiche, ambientali e sociali, consultato il 8.07.2012 in http://www.notav.eu

Cap.8

37Portogallo, Italia, Grecia, Spagna

38Brasile, Russia, Indonesia, India, Cina e Sud Africa

39Lettera di David Cameron ed altri undici leader europei al presidente Barroso (2012, 20 february). “A plan for growth in Europe”, e-books, consultato il 7.07.2012 in http://ecrgroup.eu

40E’ il titolo del film di C. Hanson (2011), sullo sviluppo della bolla speculativa statunitense del 2009.

41Le centrali elettriche italiane sono in grado di erogare una potenza massima netta di 100 GW. La media disponibile alla punta è di 67 GW, contro una richiesta massima storica di 56 GW.

42L’Italia spende lo 0,9% del PIL (6,5 miliardi di euro all’anno) in formazione universitaria (media europea 1,3%), quasi interamente finanziata dallo Stato.

Cap.9

43Lewis and Klein (Canada, 2004), “The Take – La presa

44E’ il testo di una famosa scritta comparsa a Quito, capitale dell’Ecuador. Si riferisce al tentativo di privatizzare le società di energia elettrica da parte del governo ecuadoriano su richiesta del credito internazionale.

45Orwell, George (2001), «La fattoria degli animali», p.7. Milano: Mondadori (Trad. B.Tasso)


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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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