Fili sospesi della memoria per capire
Analisi
William Domenichini  

Fili sospesi della memoria per capire

Mi perdoneranno i miei lettori se salto subito alle (mie) conclusioni ritenendo che i Fili sospesi della memoria  servano per capire. La visione del documentario realizzato da Genova 20-01 è stata talmente emozionante che non valeva la pena minimizzarlo nella misura social. Occorre riflettere, porsi dei dubbi, farsi tante domande, senza l’ambizione di avere già le risposte.

Al netto delle emozioni fortissime, “Fili sospesi – Il G8 di Genova 20 anni dopo” è uno atto di memoria. Ma se questa non servirà a capire, rischia di divenire testimonianza. Da un lato non dimenticare è condizione necessaria (ma non sufficiente) ad arginare menzogne, narrazione ipocrite e perbeniste. Dall’altro si percepisce come in questi anni fossero necessarie analisi, discussioni e confronto per comprendere, come e perché, chi ha creduto che un altro mondo fosse possibile sia stato sconfitto.

Facciamo un passo indietro. Genova Venti Zerouno — Il mondo che verrà è un progetto artistico-educativo. L’intento di chi l’ha realizzato è quello di raccontare, in particolare agli adolescenti di oggi, la spinta dei movimenti che hanno contestato la globalizzazione e che venne riassunta nella protesta contro i grandi della terra, riuniti a Genova nel luglio 2001. Raccontare, a chi è nato all’inizio del secolo, come quella protesta e quelle proposte furono affogate nella violenza del potere.

Da questo progetto prende forma un documentario, prodotto dal basso, appunto Fili sospesi. Tra immagini di repertorio, una narrazione di quei drammatici giorni, accompagnati da interviste struggenti. Da chi fu protagonista dell’organizzazione delle manifestazioni a chi ha vissuto i cortei, le violenze, i pestaggi, la morte di Carlo Giuliani, la macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto. C’è un passaggio da sottolineare. Quelle violenze non furono una realtà che sbucò all’improvviso. Se molti ricordano la presenza dell’allora vice presidente del consiglio, Gianfranco Fini, nella sala operativa della questura genovese, tanti altri dimenticano che il preludio a quelle violenze si tenne al summit di Napoli, pochi mesi prima. Ed il governo, a quel tempo, era di un altro colore.

Non si tratta certamente del primo documentario su quei drammatici giorni, ma questo lavoro ha un elemento che trascende il lavoro stesso. Prende corpo in un momento nel quale Genova2001 sta divenendo storia. Viene narrato a generazioni che iniziano a guardare criticamente intorno a se stessi e che non erano nemmeno nate quando un enorme movimento di massa si poneva contro le dinamiche della globalizzazione neoliberista. Nasce in un momento in cui le spinte propulsive di allora sembrano ricordi in bianco e nero. Ecco perché mi sono chiesto, basta fare memoria?

Questo lavoro ha tutte le caratteristiche per aprire una discussione che sarebbe necessaria, magari partendo da un assunto: quel movimento, quelle storie, sono state sconfitte. Si potrebbe obiettare che da li continuarono battaglie importanti (e continuano tutt’ora), sulla difesa dei beni comuni, sul sostegno della Pace e del disarmo, sulla difesa dell’ambiente e per un modello di sostenibilità. Tutto vero, ma occorre analizzare la differenza sostanziale tra la stagnazione che viviamo oggi e la spinta propulsiva di masse che misero in discussione il pensiero dominante di vent’anni fa?

Il sud del mondo insorgeva, in un fiume in piena, e quelle istanze si incontrarono con altri popoli, di altri continenti. Da Seattle a Davos, la strada che condusse a Genova fu un crescendo di masse che avevano chiaro come gli interessi di pochi potenti, e le loro decisioni, fossero in aperto contrasto. Ma ciò che era ancora più chiaro è la necessità di costruire un modello alternativo, mutuale, solidale, sostenibile, umano. Profitti e potere in mano di pochi verso il baratro, uguaglianza, democrazia e sostenibilità come risposta di sopravvivenza e di umanità. Loro G8, noi 6 miliardi.

Nel mentre la popolazione globale è aumentata, i decisori (o i poteri influenti se preferite) sono ancora meno, ma assai più potenti. Viviamo il paradosso che le scelte globalizzanti sono messe in discussione da coloro i quali la crearono. Forse perché hanno scoperto che il mercato libero globale consente a paesi emergenti di essere più competitivi e più aggressivi del turbocapitalismo occidentale? Viviamo una fase in cui chi fece le regole (sbagliate), oggi le vorrebbe ricambiare ma poiché non è così semplice convincere il resto del mondo, gioca l’ultima carta. La guerra.

In un contesto che lambisce tratti e scenari apocalittici, penso alla spinta dei movimenti di quegli anni, che oggi non c’è più, almeno non come l’abbiamo conosciuta e come non l’hanno vissuta le nuove generazioni. Forse sarebbe utile prendere coscienza di una sconfitta, per avere la capacità di alzarsi, guardala negli occhi, capirne gli errori e ricominciare. La visione di “Fili sospesi – Il G8 di Genova 20 anni dopo” ci fa venire alla mente Solo limoni, di Giacomo Verde. Sarebbe utile non dimenticare che in una rassegna dedicata all’artivista, al museo spezzino CAMeC venne censurata la performance dei collettivi che con Giacomo Verde fecero un lungo cammino di vita, di arte e di militanza, perché demilitarizzare La Spezia è un messaggio che non deve stare in un luogo pubblico. Qualche domanda è necessario farcela.

Dovremmo tener ben presente un grande insegnamento. Anche nei momenti più drammatici, quando tutto è o pare perduto, in quel momento occorre la consapevolezza che occorre rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Avere consapevolezza della storia e della memoria, per capire e potersi rialzare.


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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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