Il golfo ai poeti Libri
William Domenichini  

Anteprima de Il Golfo ai Poeti

Un’anteprima de il Golfo ai poeti, No basi blu.

Un omaggio ai marolini

Quasi dieci anni fa conobbi la gente di Marola ed una borgata senza mare della città in cui sono nato, La Spezia. Non fu un caso, ma l’interesse nel conoscere una realtà di giovani, come l’associazione MuratiVivi, che da qualche anno aveva iniziato a discutere, manifestare, cercare di essere riconosciuta nelle istanze di civiltà che portava avanti: salubrità e recupero di spazi. Salubrità dalle nocività che l’Arsenale, a pochi passi dalle abitazioni di Marola, ha tenuto nascosto per lustri, spazi che da 150 anni la Marina militare ha sottratto ad una comunità, facendo sparire chiese, cimiteri, abitazioni, tagliando come una lama una piana meravigliosa e dividendo la città dalla costa ponentina del golfo.

Una vita da MuratiVivi

La vita mi ha portato, dopo quell’amore nato nell’ascolto di voci ribelli che non chinavano e non chinano la testa, a vivere quella comunità con la mia famiglia, ad esserne parte e respirare quotidianamente l’implacabile sete di riscatto e di giustizia. Quella comunità non si è mai arresa alla superficialità, alle belle parole ed alle facili promesse, costruendo battaglie di civiltà, articolate nelle sfumature e nelle pieghe di un problema che si radica nella storia di un territorio. Inevitabilmente quelle lotte di civiltà sono entrate a far parte della mia vita.

Nel novembre 2019 fui invitato ad una trasmissione, Tamburo battente, in onda sulla televisione locale spezzina, Tele Liguria Sud. Fu una piacevolissima conversazione sul rapporto tra l’Arsenale e la comunità marolina, con i due giornalisti, Riccardo Sottanis e Renzo Raffaelli, che incalzano i loro ospiti a suon di domande. Raffaelli mi chiese del mio libro, Fulmine è oltre il ponte, e nello scambio di battute mi provocò: “la storia dei MuratiVivi la potrebbe raccontare in un libro“. Devo un ringraziamento Raffaelli, perché quella battuta non cadde invano, anzi la raccolsi con cura e, spinto dall’energia della gente che incontro quotidianamente, ho cercato di dare corpo e sostanza ad una storia che iniziò 150 anni fa e non si da pace, chiedendo bonifiche e rivendicando spazi abbandonati.

Basi blu

Dunque ho sentito il dovere morale di raccontare, per far conoscere ciò che fu un luogo d’incanto per tantissime persone, per straordinari intellettuali italiani e stranieri, analizzare minuziosamente cos’è divenuto, oggi, l’Arsenale militare della Spezia, quel gigantesco corpo che trasformò irrimediabilmente il golfo, mutando se stesso da un gabbione in cui entravano ed uscivano migliaia di lavorator* in una ex-fabbrica, agonizzante, desertificata e zeppa di nocività.

Prendere coscienza del passato e del presente come elementi essenziali per comprendere a fondo la spada di Damocle che insiste sulla città nel futuro prossimo: Basi blu, ossia un programma di riammodernamento delle infrastrutture portuali militari e di adeguamento agli standard NATO, con una tinteggiata di sostenibilità, che è di moda, ma con nessuna risposta ai tanti problemi che insistono sulle aree militari alla Spezia, men che meno la possibilità di ridiscutere e riorganizzare, dopo un secolo e mezzo, la presenza militare nel territorio spezzino.

Questa vicenda procede parallelamente ad altre operazioni di militarizzazione dei territori, come nel caso pisano con il progetto di costruzione della base militare nell’area naturale di Coltano. Il contatto con il movimento No Base, che si oppone a quella scelleratezza, mi ha portato a conoscere un altro giornalista, Antonio Mazzeo, il quale mi ha onorato della sua prefazione a questo mio lavoro.

Demilitarizzare La Spezia

Un libro che ha visto la sua scintilla dallo scambio solidale con quei compagni di strada che ho incontrato lungo il cammino di un cambiamento, di una trasformazione, che hanno portato una luce di creatività e di ribellione al servizio di resistenza e rivendicazione di diritti di una comunità, che hanno avuto il coraggio di gridare Demilitarizzare La Spezia. Quella scritta, che fu censurata nell’opera “Omaggio Ogiugno” del Museo Gïåk Vërdün e realizzata dagli artisti del Dada Boom al CAMeC, museo pubblico spezzino, nell’ambito di una rassegna su Giacomo Verde, è stato un elemento scatenante. Quell’espressione rappresenta una speranza per tutti coloro i quali ritengono che la città, la sua comunità, il suo territorio, abbiano pagato un prezzo elevatissimo sull’altare della guerra e del militarismo.

L’editore

Questa storia ha incontrato, come spesso accade per le mie storie, un editore straordinario, GlassBell, che ringrazio, diventando un viaggio per guardare con spirito critico al presente, fotografarlo e raccontarlo nella sua realtà, quella che spesso viene celata dietro ombre di silenzio, nell’intento di prendere coscienza di ciò che non funziona, di ciò che andrebbe modificato, ma soprattutto di ciò che va impedito nel prossimo futuro, rivedendo profondamente un’occasione storica che altrimenti verrebbe a mancare.

Senza avere l’ambizione, o la sfrontatezza, di costruire una weltanschauung, ma con la concretezza di gettare il seme per una riflessione, che guardi ad un orizzonte comune, compatibile e solidale, che pochi menzionano, ma con la caparbietà di chi non si è mai arreso di fronte all’incapacità di rappresentanti che, in questa vicenda, hanno voltato le spalle ai cittadini, negandone i sogni, o più realisticamente una speranza di civiltà, e con lo scopo concreto di autofinanziare la produzione di materiale di informazione, nel tentativo di rendere diffusamente consapevole una comunità, di aprire un dibattito, di sollecitarne l’indignazione, di cambiare le cose.

In altre parole, il Golfo ai Poeti. No Basi blu.

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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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