Ricorrenze
William Domenichini  

La rappresaglia di Pian di Follo

La rappresaglia di Pian di Follo fu un fatto che segnò enormemente la barbaria nazifascista nello spezzino, un episodio che raccontato nel mio libro. Per non dimenticare. Il 15 febbraio 1945, nell’abitato di Pian di Follo, furono impiccati con il fil di ferro quattro partigiani, prelevati dalle carceri del XXI Fanteria, alla Spezia:

  • Gattoronchieri Sante, di 44 anni, di Lerici
  • Paita Alcide, di 18 anni, di Calice al Cornoviglio
  • Pietrapiana Albiano, di 39 anni, di Pitelli
  • Pieracci Vasco, di 33 anni, della Spezia.

Davanti agli occhi terrorizzati della popolazione follese, radunata sotto la minaccia delle armi dei nazifascisti e costretta ad assistere all’impiccagione avvenuta lungo la strada principale. I quattro partigiani vengono lasciati appesi agli alberi che costeggiano la strada, per due giorni e due notti.

Il giorno precedente (14 febbraio), alcuni partigiani della Brigata “Matteotti” si trovano nell’osteria di Trovatelli, pochi metri dal luogo dell’esecuzione. Vengono informati del passaggio di tre tedeschi. Un partigiano, credendo di essere stato scoperto, spara e durante il conflitto a fuoco un tedesco muore, uno rimane ferito ed uno fugge. La reazione tedesca non si fa attendere. Poche ore dopo vengono date alle fiamme alcune case, successivamente il presidio tedesco oltre il fiume inizia ad aprire il fuoco delle mitragliatrici pesanti sull’abitato di Follo Alto. Il bilancio di quella reazione fu un caduto civile: Attilio Simonelli.

Il responsabile della rappresaglia fu il comandante tedesco di Ceparana, il capitano Klain. Tra gli impiccati uno in particolare era legato al battaglione Val di Vara, comandato da Dany Bucchioni: Alcide Paita (al quale fu intitolato, nel dopoguerra, il campo sportivo di Calice al Cornoviglio). Nelle convulse ore precedenti l’impiccagione, il comando dell’unità di Giustizia e Libertà tentò la mediazione di uno scambio, nel tentativo di liberare i condannati, ma l’ufficiale germanico non scese a patti con i “banditi”, e la rappresaglia venne attuata.

Dopo una serie di appostamenti, il 18 aprile 1945, due partigiani giellini del battaglione Val di Vara (Attilio Benedetti “Tiglio” e Mario Angeli) nei pressi di Albiano catturarono il capitano Klain, lo disarmarono e si avviarono verso i monti, ma durante il tragitto tentò di fuggire, ferendo uno dei due partigiani ad un braccio ma non sfuggendo all’altro, che lo uccise.


(nella foto, l’immagine dei partigiani follesi durante la prima commemorazione dei fatti del 15 febbraio)

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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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