Quando Pansa elogiava i partigiani comunisti
Una recensione dimenticata del diario del comandante Renato Jacopini
Nella storia della Resistenza italiana esistono figure rimaste ai margini, nonostante il ruolo decisivo che ebbero durante la guerra di Liberazione. Renato Jacopini è una di queste. Comandante partigiano e dirigente comunista nello spezzino, fu protagonista diretto di alcune delle fasi più dure della lotta in Lunigiana. Della sua esperienza ne lasciò una testimonianza rara, priva di retorica e attraversata da tensioni, contraddizioni e disincanto. I suoi diari, oggi quasi introvabili, restituiscono una Resistenza vissuta dall’interno, lontana sia dalla celebrazione sia dalla semplificazione, e aprono una domanda ancora attuale su come quella esperienza sia stata raccontata, trasformata e, in parte, rimossa.
Chi avrebbe mai pensato che ci fu un tempo in cui Giampaolo Pansa recensiva la Resistenza, addirittura quando elogiava i partigiani comunisti? Probabilmente uno dei tanti paradossi del nostro paese. Chi iniziò raccontando le vicende dei partigiani, per di più comunisti, con rigore storico, etico e morale, passò a soffocarli nel sangue dei vinti. Tant'è che Pansa riuscì a passare dall'elogio di un partigiano comunista alla fiction narrativa, approdando ad un revisionismo mascherato, con raffinata furbizia, da un politicamente scorretto prêt-à-porter.
Il Pansa recensore dei partigiani giace nel dimenticatoio degli archivi. Allora quando sbuca dagli scaffali vale la pena riproporlo. Almeno per me che, in questo momento, vivo tra la ricostruzione di una vita e un'incontenibile curiosità per un personaggio lasciato nel dimenticatoio. Eppure questa non è solo una storia su Pansa. È il tentativo di riportare al centro una figura rimossa come Renato Jacopini, che quella Resistenza l’ha vissuta, pagata e raccontata in prima persona.
Stiamo parlando di Renato Jacopini. Uno dei tanti partigiani che hanno lasciato un segno, ma che spesso viene ignorato. Un uomo che ha speso la sua vita per la Liberazione, con l'intransigenza e la determinazione di chi non ha rinunciato alle proprie idee nel regime fascista, con la disciplina di chi ha compiuto una scelta di vita. Elementi che oggi appaiono alieni al modello sociale e culturale in cui viviamo. Per chi ha la Resistenza nel cuore e nel suo cammino passa dalla Lunigiana, ossia da quella terra storica che abbraccia le province della Spezia e di Massa-Carrara e che dal settembre 1943 alla Liberazione fu teatro di una miriade di storie di lotta, Jacopini, prima o poi lo incontra. Così è capitato anche a me.
Jacopini fu tra gli esponenti di spicco del C.L.N. spezzino, in particolare membro della giunta militare. Iscritto al PCI clandestino dal 1936, a guerra finita fu nominato Questore della Liberazione alla Spezia. Ruoli e responsabilità assunte non per ambizione, ma per carisma e capacità. I suoi studi, la sua cultura. Intellettuale e politico (quando questo aggettivo era qualificativo), con la sua esperienza militare assume responsabilità di enorme peso. Per la sua militanza politica, convinta ed appassionata, assunse ruoli scomodi, talvolta drammatici. Della sua esperienza ci sono arrivate due testimonianze cruciali, due diari pressoché introvabili: Canta il gallo e Lunense. Negli archivi dell'Istituto Storico della Resistenza spezzino c'è un fondo che contiene centinaia di suoi carteggi. La sua famiglia custodisce numerose testimonianze.
Ma arriviamo a dunque. Canta il gallo è una testimonianza pubblicata 15 anni dopo la Liberazione, forse tra le prime memorialistiche dirette della Resistenza, oggi pressoché introvabile. Un diario minimale, nel quale Jacopini non si nasconde, anticipando quella delusione consolidata dopo altri 15 anni, nel suo secondo diario, Lunense. Schiettezza e sincerità colpiscono, come l'umanità di chi ha vissuto un'esperienza drammatica della guerra e i sacrifici impressionanti per conquistare la Libertà.
Dalla fame, al freddo, passando per il dolore di seppellire compagni di lotta e la disperazione di non dar degna sepoltura ad altrettanti. Il peso immane di responsabilità, di decisioni, tutte maturate in un quadro di grande determinazione e intransigenza morale e politica. Canta il gallo rappresenta l'onestà di affrontare e raccontare la propria esperienza senza retorica, senza omissioni, assumendosi la responsabilità di tutto ciò che accadde, nel bene e nel male, e non nascondendo la delusione di una Resistenza tradita.
Giampaolo Pansa si laurea nel luglio 1959, una tesi di Storia moderna e contemporanea, con il prof. Guido Quazza, dal titolo "La Resistenza in provincia di Alessandria (1943-1945)". Al tempo, il sangue dei partigiani e delle comunità sterminate dai nazifascisti era talmente caldo che il revisionismo non aveva ancora buon mercato. Anzi. Tant'è che la tesi di Pansa vinse il Premio Einaudi e fu poi pubblicata da Laterza nel 1967 (Guerra partigiana tra Genova e il Po).
Nel 1960 esce Canta il gallo, il neolaureato Pansa si imbatte nelle vicende del comandante partigiano spezzino e lo recensisce, quando non era ancora il castigamatti dei partigiani, lo svelatore delle vergogne resistenziali, vere e presunte. Sviscera i suoi racconti, augurandosi, ben 65 anni fa, che ci fosse qualche studioso di buona volontà che continuasse il discorso ripreso da Jacopini, nel suo Canta il gallo. La recensione non lesina autorevolezza e dignità al diario partigiano, iniziando con una biografia del protagonista che, seppur scarna, ne tratteggia lo spessore. Non solo. Il castigamatti della Resistenza e dei comunisti ricostruisce una genealogia politica dell’antifascismo e della Resistenza italiana. Jacopini non appare come un improvvisato della guerra civile, ma come il prodotto di una lunga militanza antifascista fatta di clandestinità, carcere e confino.
Jacopini appartiene alla generazione che al sorgere del fascismo si trovava alle soglie della giovinezza, a quella generazione, cioè, che fu in grado di scegliere consapevolmente il proprio posto nella tragedia che il nostro paese visse nel primo dopoguerra. Fra coloro che tra il ’20 e il ’24 scelsero di combattere il fascismo, molti cedettero lungo il cammino, lasciandosi attirare su posizioni di comodo adeguamento; numerosi scomparvero nella lotta e solo pochi riuscirono a mantenere inalterata la scelta antifascista per tutti i lunghi oscuri anni della dittatura. Per costoro, il 25 luglio, l’armistizio e l’inizio della Resistenza rappresentarono la conclusione, prevista e sperata, di una lotta protratta per più di un ventennio, alimentata con costanza e tenacia anche nei momenti più duri e nelle situazioni più scoraggianti. E' da questa generazione che il movimento di resistenza trasse i propri quadri politici intermedi (componenti di C.L.N. provinciali, commissari di unità partigiane, organizzatori negli ambienti operai) e fu questa generazione ad assicurare il legame fra la lotta armata contro l’invasore e la precedente opposizione antifascista, legame indispensabile a far sì che l’esperienza partigiana non si risolvesse unicamente in una guerra patriottica, bensì incidesse profondamente anche sul volto politico e sociale del paese.
Oltre agli elogi, emerge un'analisi approfondita dei ricordi che fornisce la possibilità di estrarre, dal racconto dei casi personali, aspetti più generali della lotta partigiana, utile, secondo Pansa, a superare il livello memorialistico. L'articolo prosegue, tra ricostruzioni biografiche e storiche, accuratamente dettagliate sotto il profilo storico, ma soprattutto con un'analisi che mette insieme una logica stringente. Pansa, nella sua recensione, coglie un elemento che poi nel futuro triturerà, nel ciclo dei vinti. La Resistenza nasce in un solco di scelta morale, una "miscela" umana difficile da disciplinare, perciò per raccontarla non serve scomodare filosofi olandesi, non limitandosi a piangere, o a ridere, ma si cercando di capire.
Anche se le bande si facevano di giorno in giorno più agguerrite, molto doveva ancora essere fatto per dare al movimento la struttura militare e la coesione politica e morale indispensabili. La composizione dei gruppi era assai eterogenea, anche per la presenza di numerosi ex-prigionieri delle più diverse nazionalità. Si trattava, cioè, di materiale umano alquanto difficile da plasmare. L'autore descrive assai bene gli sforzi degli organizzatori per portare ordine in un ambiente ancora anarchico, intriso di qualunquismo e di personalismi, dominato dalle velleità di alcuni «capi», e per controllare i frequenti accesi contrasti e limitare le conseguenze di episodi spiacevoli che avrebbero potuto turbare o impedire l’ordinato sviluppo delle formazioni. In queste condizioni le bande dello Spezzino affrontarono il primo vero rastrellamento condotto nell’alta Lunigiana.
Dai luoghi, ai personaggi e ai fatti, si aggiunge un'analisi dettagliata dell'opera di Jacopini, come emerge nella discussione su come combattere la Resistenza. La guerriglia non fu una scelta ovvia, ma il risultato di scontri tra visioni differenti, drammi vissuti e adattamenti. Tutto ciò evidenzia come la Resistenza fosse un fatto umano, composito, complesso, articolato. Ma il dato saliente resta, in fin dei conti, l'unità di intenti di questo intreccio, di fronte ad un orrore vissuto come la guerra, agli eccidi nazifascisti.
Il settore della Garfagnana-Lunigiana — posto immediatamente a ridosso del fronte — visse le sue ore più tragiche nell’autunno del'44. A partire dal settembre, in questa zona la lotta si fece sempre più aspra e spietata. I tedeschi miravano ad assicurarsi la tranquillità nelle retrovie e per raggiungere questo obbiettivo ricorsero ai più spietati sistemi di rappresaglia. A Bardine S. Terenzo (piccolo borgo appenninico a nordest di Sarzana) impiccarono cinquanta uomini, massacrando un centinaio di donne, vecchi e bambini. «Bardine non fu un caso isolato, in quei giorni.» scrive l’autore (p. 94). «A Vinca, Monzone, Bergiola, Codena, Colonnata, in tutta l’Apuania, i nazisti incrudelirono uccidendo, torturando, dando alle fiamme. Vidi in quel periodo molte cose che non avrei voluto vedere: non era più una guerra contro partigiani, ma una caccia all’uomo».
Come se non bastasse ci sono due elementi che saltano all'occhio. Pansa evidenzia una questione che emerge costantemente nella memorialistica di Jacopini: il rapporto tra brigate partigiane e Alleati. Un tema spinoso, che negli anni ha subito quasi una mutazione da leggenda metropolitana: gli Alleati salvifici che hanno donato all'Italia la libertà. Ma Jacopini racconta la sua esperienza, di tutt'altra natura e il giovane Pansa la sottolinea puntualmente, rimarcando come, per esempio, l'operazione di attacco alla Linea Gotica da parte della brigata Lunense fallì, anche per lo scarso contributo degli Alleati stessi, causando un disastro dal quale i partigiani dovettero risorgere con la solita estenuante caparbietà.
Il neolaureato storico resistenziale, poi mutato nel romanziere della revisione, si addentra addirittura sul comportamento degli Alleati nei confronti dei partigiani comunisti. In tutta la recensione non scade mai nella retorica e nella glorificazione, ma si pone criticamente nella comprensione, partendo da un presupposto che chi ha scelto di lottare per la Liberazione, stava dalla parte giusta.
Il volume di Jacopini ci restituisce intatta la freschezza di certi diari partigiani che, nell’immediato dopoguerra, portarono molti lettori italiani ad un contatto improvviso e violento con la realtà della lotta di Liberazione. Un esempio tipico di questa letteratura è Ponte rotto di G. B. Lazagna, che il libro di Jacopini ricorda molto da vicino anche per la conclusione amara, soffusa di tristezza e venata dal rimpianto per un mondo e un clima morale che nelle stesse giornate della Liberazione andavano già svanendo. Il diario di Jacopini ci suggerisce, inoltre, alcuni temi che sarebbe interessante vedere analizzati in uno studio, più ampio ed approfondito, sulla Resistenza.
Non solo. Renato Jacopini fu, probabilmente suo malgrado e non senza strascichi, protagonista dell'epilogo della vicenda di Dante Castellucci, il comandante partigiano Facio, protagonista di una pagina drammatica e lacerante per la Resistenza lunigianese. Nonostante Jacopini l'avesse affrontata, anche memorialisticamente, con una dignità e uno spirito umano che colpisce, fornendo con chiarezza la sua versione dei fatti, il Pansa che scriverà pagine intinte di polemiche sugli errori partigiani, non la menziona nemmeno.
Il paradosso di quando Pansa elogiava i partigiani comunisti, oggi non serve a riabilitare chi ha dipinto le ombre della Resistenza, né a condannarlo ulteriormente. Serve piuttosto a ricordare che, prima delle polemiche e dei bestseller, uno storico che studiava la Resistenza, con curiosità e rispetto, si poneva l'esigenza, semplice, che altri continuassero ad analizzarla, comprenderla e raccontarla. Come nel caso del comandante Renato Jacopini.
Vale dunque la pena prenderlo sul serio.
Il testo integrale della recensione è tratto dall'archivio dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri, e qui sotto è riportato nel pdf sfogliabile.
Immagine di copertina tratta da http://www.isrlaspezia.it/
