Antifascismo Opinioni
William Domenichini  

Non ridere, ne piangere ma capire

Per un rigurgito fognario bisogna davvero scomodare un olandese, antesignano dell'Illuminismo, per avere coscienza che non c'è da ridere, ne da piangere ma da capire? Di cosa poi, direte voi, miei piccoli lettori. In realtà, guardandosi attorno, di molte questioni. 30 morti di fame (di fame!) a Gaza in un giorno, basterebbe. Ma nel nostro comodo mondo, basta anche una fuoriuscita fognaria, di tanto in tanto, per porci delle domande. Non per celebrare o celebrarsi, ma per costruire un perpetuo porsi dei dubbi, questioni, senza pretendere di trovare le risposte.

Non molti sanno, per esempio, che il 21 luglio 1921, la piccola città di Sarzana, antico centro cerniera tra la Toscana e la Liguria, fu teatro di uno di quei rari esempi di resistenza antelitteram al fascismo. Cioè resistenza all'ascesa del fascismo, 22 anni prima che si organizzò la Resistenza all'occupazione nazista e al fascismo nel suo tramonto. Non l'unico. Parma, Empoli, Mantova e altre realtà furono protagoniste di questi episodi. Ma Sarzana, nel suo anonimato che connota la spezzinità, e ancor più la terra ne toscana ne ligure della Lunigiana, ha dei tratti particolari. Uno su tutti, alcuni suoi protagonisti.

500 squadristi fascisti, provenienti per lo più dalla Toscana e comandati da un delinquente ancora praticante come Amerigo Dumini, tentano di entrare a Sarzana con un solo scopo: liberare dal carcere Renato Ricci. Bastano già due nomi, per inquadrare l'evento fascista. Dumini Amerigo, ott'omicidi. Per chi fosse atterrato sulla Terra oggi, il Dumini fu tra i responsabili del sequestro e dell'omicidio del deputato socialista, Giacomo Matteotti. Dopo la guerra, aderì al Movimento Sociale Italiano e morì nel 1967, libero e candido,, dopo 19 giorni di degenza all'ospedale San Camillo a Roma. Renato Ricci, ras carrarino del fascismo, è stato ministro del governo Mussolini. Comandante della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale nel 1943 e poi comandante della Guardia Nazionale Repubblicana, nota per la repressione contro i banditi partigiani. Ricci beneficiò dell'amnistia Togliatti e morì a Roma nel 1956.

Chi si oppose che fine fece? Limitiamoci a due figure. Dopo gli eventi di Sarzana, il comandante dei carabinieri che fece aprire il fuoco sui fascisti, Guido Jurgens (a cui è intitolata attualmente la piazza della stazione sarzanese) fu destituito dal comando e trasferito a Genova. Il sindaco sarzanese di allora, il socialista Arnaldo Terzi, fu destituito il 25 gennaio 1923. Col tempo l'interesse del regime per Terzi scemò, ma la resa dei conti per l'episodio di Sarzana avvenne nel 1944. Il 21 giugno venne caricato su un treno merci che da Fossoli raggiunse tre giorni dopo il campo di concentramento di Mauthausen. Fu internato come detenuto politico e poi trasferito nel "famoso" castello di Hartheim, luogo di sperimentazione medico criminale (Aktion T4, per citare il più tristemente famoso), dove morì.

Ora se il curriculum del capo spedizione e dello scopo della medesima sono questi, vi immaginate quelli dei restanti 500 al seguito? Dunque arrivare nel piazzale della stazione di Sarzana, nel 2025, ed esporre uno striscione con scritto "Figli del secolo", ha un sapore amaro. Fa ridere, forse. Fa piangere, probabilmente. Ma per tornare al filosofo, dovrebbe far capire. Cosa?

Ancor prima che il generale passato alla carriera politica teorizzasse il mondo al contrario, riflettei su il paradosso di un paese a testa in giù. Oggi, giustamente, una salva di indignazioni si levano alla visione, stomachevole, di un gruppetto di sbandati che inneggiano a figli del secolo, dei delinquenti, comandati da un delinquente, che vollero entrare in una città per liberare un altro delinquente. In termini di coerenza del diritto, ci vuole del coraggio poi ad ergersi come paladini dell'ordine. Ma le contraddizioni del fascismo (o del neofascismo) sono interessanti come un secchio di vermi. Dunque proviamo a riprendere il filo da un altro punto di vista.

Se la liberazione avesse portato qualcosa di nuovo, se si fosse dato fiducia agli uomini che avevano fatto la guerra di liberazione, se si fossero integrati nella vita civile invece di metterli troppo spesso nelle prigioni, o di respingerli ai margini della vita e della politica, le cose sarebbero andate meglio. Nella situazione torbida e corrotta del dopoguerra non si è proposto ai giovani nessun ideale. Solo per i più furbi la corsa affannosa alle poltrone.

Renato Jacopini, comandante partigiano
(4 giugno 1973)

Le parole gravi del comandante Jacopini sono illuminanti, non solo nel contenuto, ma anche nell'esempio. Se non altro perché ho scomodato chi, a poco più di di 17 anni, partecipò ai fatti di Sarzana, nelle file degli arditi del popolo.

Oggi, alla faccia delle parole di Jacopini, le levate di indignazioni, giuste e doverose, sono sempre postume. A cose fatte. Così come accade nella pratica. Casapound annuncia la manifestazione, gli antifascisti rispondono. Allora perché non c'è nessuno che si pone la questione di come creare gli anticorpi a queste manifestazioni di imbecillità storica, di inadeguatezza costituzionale e di demenza civile e giuridica? Forse perché occorrerebbe la fatica di fare politica. Quello sforzo, svanito come neve al sole nell'era post moderna, di costruire luoghi di confronto, di discussione e di pratica dei valori costituzionali, quindi antifascisti.

Basta fare un post su qualche canale social per cercare di mettere in difficoltà la sindaca sarzanese sostenuta da forze politiche di destra? La risposta datela voi. Quel che è certo che molti, non tutti fortunatamente, di chi si è indignato dei celebranti dei figli del secolo, si nascosero in un silenzio tombale quando fu proposto di installare in una pubblica piazza la statua del gerarca fascista Costanzo Ciano. La cappa plumbea silenziosa riguardò anche la vendita di gadget della X MAS nel Museo tecnico navale. Sempre silenzio di fronte ad un eclettico assessore che rivisitava la Liberazione della città capoluogo, attribuendola alle truppe alleate.

E se la fuoriuscita fognaria non fosse la causa ma l'effetto di tali silenzi? Se oggi assistiamo a queste riemersioni antidemocratiche, occorre prendere atto della responsabilità di quella classe dirigente che troppo spesso si è ricordata dell’antifascismo il 25 aprile, ignorando, o peggio sdoganando tali fenomeni in più occasioni. Volete un altro esempio? Presto fatto. Proprio a Sarzana l'allora sindaco Cavarra celebrava il repubblichino Biggini, dando assist a riabilitazioni retoriche e falsificanti appellativi patriottici, sostanziati da elementi di malafede ed ignoranza.

Dunque occorre davvero non ridere, ne piangere, ma capire. Per chi ha invocato l'intervento della sindaca, si dovrà accontentare di un equilibrismo mutuato dal suo collega del comune capoluogo di provincia. Chissà, potrebbero tornar utili a qualche democratico per le prossime celebrazioni del fascista della prima ora (fino all'ultima tale) Carlo Alberto Biggini.

Ogni espressione di pensiero che non si riconosca nei valori di libertà e democrazia è distante anni luce da me e da questa Amministrazione Comunale. Principi e valori che ispirano l’azione amministrativa quotidiana, e le ricorrenze importanti e sentite come quella di ieri in Piazza Jurgens. Il messaggio più bello che quella storia ci consegna e’ la capacità di una comunità di unirsi in difesa dei suoi valori più importanti. Spiace molto che questa eredità, 104 anni dopo, da qualcuno non sia ancora stata compreso.

Cristina Ponzanelli, sindaca di Sarzana
(22 luglio 2025)

Dunque, per capire, oppure farci aiutare da chi, contro il fascimo ha fatto qualcosa di più di un post sui social, come il comandante Renato Jacopini (e tanti altri).

Siamo stanchi di riunioni e di raduni che non concludono nulla, siamo stanchi di ma­nifestazioni e di congressi che si esauriscono in parole. Bisogna lottare per un altro tipo di società, senza essere soffocati da un parlamentarismo velleitario, da leggi, decreti, dalla buro­crazia politica; considerano con animo triste l’ingiustizia trionfante, e, chi ha fatto la guerra di liberazione rumina l’amarezza che lo prende al ricordo dei morti, delle stragi, degli incendi.

Ma oggi sarebbe festa grande per i difensori dell’ordine a tutti i costi, se i gio­vani che non hanno fatto la guerra, si abbandonassero a certi loro impulsi più che giustificati e rispondessero al richiamo di una rivoluzione astratta irre­sponsabile, sollecitata magari dal potere costituito. Una volta si sapeva il significato concreto delle parole: democrazia, sociali­smo, libertà, laicità, rivoluzione. Oggi… ogni formula nasconde un inganno. Tutto è rimasto come prima, con le stesse tare e la stessa corruzione. Ecco perché credo sia venuta l’ora di riprendere l’opera abbandonata il 25 aprile 1945.

Renato Jacopini, comandante partigiano
(4 giugno 1973)



Immagine di copertina tratta da https://www.cittadellaspezia.com/ nella scena della serie M, il figlio del secolo. Pagina de La Stampa tratta da  https://www.toscananovecento.it/

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Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese. Pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla. Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.
Antonio Mazzeo

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