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William Domenichini  

Demilitarizziamo La Spezia non è reato

Se non parlassimo di cronaca potremmo scrivere l'ennesimo capitolo di un romanzo di fantascienza, fatto sta che Demilitarizziamo La Spezia non è reato. Intendiamoci, non serviva una soluzione salvifica ad un convincimento politico, ma se anche una Corte lo sentenzia fa una certa impressione.

Iniziamo dai fatti, perchè il fatto, non sussiste. La storia di Demilitarizziamo La Spezia ha un sapore paradossale, ma soprattutto delle tinte oscene, che passano dall'assurdo all'entusiasmante. Ora, che la nuova puntata si chiama assoluzione, val la pena entusiasmarsi e gioire. Stendere le braccia, molto visto la mole, verso un artivista coraggioso, generoso ed energico come Alessandro Giannetti, emblema di un movimento artistico che, a differenza del magma imperante, non china la testa, non si volta dall'altra parte. Osserva, critica il criticabile, occupa lo spazio e la mente, li sorpassa e torna a raccontarcelo.

Perdonate il tono polemico, ma definire assolto per aver imbrattato un museo, come letto in certi pagine buone per incartare le uova, fa pensare che l'azione degli artivisti e la storia che li ha visti protagonisti alla Spezia, sia davvero un pugno nello stomaco per l'establishment.

Quindi, prima di apprezzare il climax di emozioni, occorre ripercorrere un tratto di storia, che vien comodo dimenticare. Tutto iniziò con la censura di una performance artistica, nella quale, piaccia o non piaccia, si esprimeva un pensiero. Critico? Radicale? Vivaddio (o chi per essi).

Puntata due. Peggio di una bestemmia in un luogo di culto, nonostante si trattasse di arte in un museo, scatta il ritiro. L'arte fuori dai luoghi dell'arte. Poi la gragnola di finta indignazione, i troller che si scatenano nella contro-narrazione. Chi esprime un pensiero critico è brutto e cattivo. Figuriamoci chi, di fronte ad un atto di censura non china la testa e alza ancora più la voce, anzi lo scrive con il proprio sangue.

Capitolo tre. La denuncia. Carta e penna (meglio tastiera), parte la denuncia. Il clamore della censura fu tale che, come spesso accade, il censore diviene vittima di se stesso. Ma ciò nonostante i fabbricatori di carte bollate non si sono arresi. Il sangue, evidentemente, volevano vederlo scorrere davvero. Ricordiamocelo, stiamo parlando di una performance censurata e della reazione di un artista che non si è piegato a questo gesto di censura. Ciò nonostante, i cori di indignazione non si sono fermati, tra le quali spicca il progetto di museo virtuale, realizzato proprio in risposta a ciò che accadeva e nel gennaio 2024 nasce alla Spezia, grazie agli studenti dell'Accademia di belle arti di Carrara, il cARec Museum.

Puntata quattro. La condanna. 3 anni di condanna commutati in oltre 3 mila euro di sanzione. Un passaggio assai inquietante, in cui emerge che chi dissente rischia grosso. Tanto con la reclusione, quanto in solido. Così, per non farci mancare nulla, la leggenda narra che i volantini diffusi prima dell'udienza, furono sequestrati dalle forze di polizia e sarebbero stati assunti agli atti processuali. Orwell, fatti da parte.

Tuttavia a stretto giro di posta, la Corte d'Appello di Genova ha sentenziato. così dall'assurda censura, alla penosa condanna, si passa all'entusiasmante assoluzione. Non fraintendetemi, non si tratta di ricostruire una storia giudiziaria scimmiottando Marco Travaglio. Si tratta di prendere coscienza. L'arte è arte. Quella del Dadaboom è, a mio avviso, uno strumento politico, espressione di passioni e di struggimenti, di dilanianti tensioni verso un processo di ribaltamento di uno stato reale osceno di cose che ci circondano. La guerra, l'oppressione. I genocidi, i profitti dalla vendita di armi. La negazione di spazi sociali, la militarizzazione delle nostre comunità.

Di fronte ad una realtà così violenta, in un modello strutturato per schiacciare miliardi di esseri umani più debole rispetto ad un élite, la risposta artivistica è reale, critica. Demilitarizzare una città che si vuole militare diventa un urlo che infrange i cristalli dei salotti in cui chi lasciamo comandare, vive comodamente.

Epilogo. L'assoluzione. Che Demilitarizziamo La Spezia non fosse reato lo avevamo nel cuore tutte/i, già il 21 agosto 2022, quando nel sagrato della chiesa di Marola quel grido fu portato nella borgata senza mare, negato dal muro militare. Dunque se anche la magistratura lo certifica, alziamo il tiro e gridiamo Demilitarizziamo il mondo.

Con grande soddisfazione annuncio l’assoluzione per i fatti del CAMeC di La Spezia, avvenuti durante la mostra “Liberare arte da artisti” dedicata a Giacomo Verde. Un ringraziamento particolare va ai miei avvocati Francesca Trasatti e Filippo Antonini.

Questa sentenza ristabilisce una verità semplice: è stato giusto praticare dissenso. È stato giusto opporsi alla guerra quando ancora si faceva finta di non vederla arrivare. È stato giusto farlo in una delle città più militarizzate d’Italia, dove l’arsenale e l’immaginario bellico occupano spazio fisico e mentale. È stato giusto inserire un altro immaginario.

Era doveroso aprire una contraddizione dentro un museo, proprio durante una mostra di un compagno come Giacomo, artista radicalmente antimilitarista, che negli ultimi anni aveva dedicato energie e visioni a tempo pieno per lo sviluppo del Reo Dadaismo. Del suo impegno gli sarò per sempre grato.

Questa assoluzione illumina anche il fallimento dello sciacallaggio portato avanti da certe curatele e da un “sistema arte” troppo spesso supino al potere economico e politico, distante dagli artisti, distante dai territori, distante dalla vita reale.

Il nostro conflitto artivistico non è stato un capriccio. È stato un atto di difesa. Difesa di un’eredità critica. Difesa di un’idea di arte libera, non addomesticata. Difesa della possibilità di dire NO. Ma il percorso non finisce qui. Mentre il mondo brucia nelle guerre imperialiste, mentre l’economia di guerra diventa normalità, è il momento di alzare ancora la voce.

Gridarlo più forte. Scriverlo più grande. Portarlo ovunque.

Alessandro Giannetti, artivista
(4 marzo 2026)

 

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Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese. Pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla. Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.
Antonio Mazzeo

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