Lancia l'osso che qualcuno l'azzannerà
Chi lancia l'osso generalmente lo fa perché sa che qualcuno l'azzannerà, anche se di polpa non ne è rimasta traccia. Money, money, dinero! Ma se la polpa l'azzannano i soliti noti, l'osso fa gola ai segugi da riporto. Al di là di facili battute, stiamo parlando di un paese a sovranità limitata dove ricatto e farsa si fondono, cementate dall'assenza di etica e della centralità dell'economia di guerra: i colossi armieri producono, gli stati pagano il conto. Quella che assume, assume, assume e produce oggetti straordinari che, una volta esportati, portano il made in Italy a contribuire le politiche di contenimento dell'aumento demografico globale. Ma a questo giro non parliamo dell'eccellenza di Leonardo, del suo famoso cannone 76/62, montato sulle corvette israeliane che bombardano i bambini a Gaza. Parliamo di Fincantieri e delle sue folgoranti unità navali.
Indonesia, Qatar, Polonia. Anche la Marina Militare italiana, magari con qualche bidone. Nel 2030 Fincantieri prevede che i ricavi combinati di Difesa e Underwater, il nuovo dominio di moda, rappresenteranno circa un terzo del totale del gruppo. Business e maggiore marginalità rispetto al passato. Il margine operativo, ossia l'indicatore di redditività che misura la capacità dell'azienda di generare ricchezza tramite la gestione operativa, è previsto che cresca da circa 700 milioni nel 2026 a 1,25 miliardi nel 2030. Cresce la capacità di generare ricchezza, aumentano esponenzialmente i dividendi.
Il comparto Difesa riveste un ruolo centrale nella nostra strategia: l’aumento atteso della domanda e il raddoppio della capacità produttiva dei nostri cantieri italiani ci permetteranno di rafforzare la nostra posizione nei programmi nazionali e internazionali più rilevanti. [...]
Si punta alla possibilità di un raddoppio dei volumi di produzione di navi di superficie per la Difesa nei cantieri italiani anche grazie alla conversione del cantiere di Castellammare di Stabia, nel quale saranno realizzate esclusivamente navi per la Difesa, la realizzazione di una terza linea di varo nel cantiere di Riva Trigoso e l’utilizzo delle aree dell’arsenale della Spezia per la produzione di sottomarini.
Pierroberto Folgiero, AD Fincantieri
(13 febbraio 2026)
Dichiarazioni che non arrivano a caso, ma alla presentazione del piano industriale dell'azienda 2026-2030.
Nell'era post moderna l’annuncio sostituisce l'atto e la sua concretezza. Anzi l'annunciazione surroga la concretezza, anche se è priva di ogni sostanza o trasudi ipocrisia. L'annuncio supera l'atto, anzi ne è sostanziale sostituto. Cosa vi sia di concreto è inimmaginabile, almeno stante l'annuncio. Tuttavia i titoli si sprecano: "Fincantieri costruirà i sottomarini in arsenale". Ma che l'Arsenale non goda di buona salute basta fare un giro sulle colline circostanti, oppure leggere i resoconti giudiziari della Procura. Si apre lo spettacolo pirotecnico, una salva di dichiarazioni che fanno intuire che all'ufficio per l'impiego ci sono già gli adempimenti per le assunzioni, Dunque si apre il sipario.
Da anni volevamo portare Leonardo o Fincantieri all’interno dell’Arsenale. È una sorta di sogno che si realizza.
Graziano Leonardi (UIL)
Ora al netto della qualità dei sogni dei sindacalisti della UIL, qui si rasenterebbe il comico. Non importa chi, ma l'importante è portar dentro qualcuno. Un sindacato, che salvo stravolgimenti dovrebbe tutelare i lavoratori, sogna. Forse i sogni potrebbero essere altri? Come per esempio strutturare un piano strategico che preveda: bonifiche, obiettivi interni e restituzione delle aree in eccesso alla città. Sul primo punto non ci sarebbe da specifica. Anche ai bambini si spiega che chi sporca, pulisce. Immaginiamo 90 ettari in cui sono presenti ogni sorta di rifiuto e di contaminazioni. Forse i sindacati hanno visionato dei documenti ignoti al pubblico plebeo, ma questo entusiasmo, sulla base di sole dichiarazioni di un amministratore delegato, suona assai male. Da un lato l'idea che bastasse un osso per far sì che i cani da riporto vi si lanciassero. Un osso, perché di polpa, non se ne vede.
La previsione di utilizzare aree militari per costruire nuovi sottomarini va nella direzione auspicata in più occasioni dalla Cisl, creando una forte sinergia tra pubblico e privato.
Antonio Carro (CISL)
Se la prima dichiarazione rasenterebbe il comico, la seconda virerebbe sull'osceno. L'area arsenalizia è un enorme sistema di centinaia di capannoni, la quasi totalità inagibili e di strade (quasi 13 km) che occupa 900.000 mq di territorio. Di chi sono? Ufficialmente della Marina militare, indi dello Stato e, mutatis mutandi, pagati con i soldi dei contribuenti. L'idea straordinaria e davvero rivoluzionaria di certi sindacalisti è semplice. C'è un bene dello Stato? Si cede ai privati che ne trarranno beneficio con ampi profitti. C'è un concetto che riassume la strategia in atto: privatizzare i ricavi, socializzare le perdite. Un noto comico savonese lo rese ancora più efficace, sostenendo che "son tutti finocchi, con il culo degli altri". Finito? No, in cauda venenum.
Investimenti e sviluppo produttivo in un sito strategico per il territorio sono una notizia rilevante. Agli annunci, tuttavia, devono corrispondere ricadute occupazionali concrete. Serve stabilità, nonché una valorizzazione delle professionalità. Per il sindacato è fondamentale che lo sviluppo eviti un sistema di appalti al massimo ribasso, senza tutele e sicurezza.
Luca Comiti (CGIL)
C'è chi direbbe che siamo all'ovvio e che investimenti nel territorio non siano una notizia rilevante. Tuttavia il caso della CGIL è riassumibile con una laconica (ma rimediabile) occasione persa. Un attendismo che ha un sapore molto più cerchiobottista che divittoriano, ma al di là della solidità, definire sito strategico un cumulo di abbandoni andrebbe oltre il discutibile. Ma nel mondo della banalizzazione tout court (si rileggano UIL e CISL), che con dichiarazioni da far impallidire la peggiore delle discussioni da bar, tocca far i conti. Allora proviamo a esercitare un soccorso rosso.
Quanti posti di lavoro giustificano il congelamento di un'enorme area in mezzo alla città? Al netto dei dubbi, perché non mettere nero su bianco la realtà delle cose? Tant'è che, per quanto discutibile, un tempo la CGIL spezzina si attestava sul rilancio dell'occupazione arsenalizia. Per qualcuno una posizione utopistica, per altri una mancanza di visione. Sta di fatto che in nome dello sviluppo, il modello rischierebbe di mantenere la barra sulla monocultura armiera, perdendo la "vocazione pubblica dell’Arsenale". D'altronde, di fronte all'annuncio Fincantieri, chiunque abbia bisogno di spazi si fa avanti. Tutti, tranne il primo cittadino, perchè per Pierluigi Peracchini, oltre alla patina di retorica, la città è senza futuro.
Alziamo la prospettiva. Partiamo dal presupposto che l'amministratore delegato di Fincantieri ha maggior peso decisionale, per esempio, del sindaco. Con una differenza. Il primo è stato nominato, il secondo eletto dai cittadini. Dunque chi dovrebbe prendersi cura degli interessi di una comunità? La realtà è che corpi intermedi e rappresentanze democratiche non hanno alcun peso nelle decisioni. Perché non è di loro competenza? Se fosse vero allora che li paghiamo a fare? Il dramma è che non solo dovrebbero occuparsene, ma non lo fanno. Quindi in ogni caso sarebbero inadempienti al loro dovere.
Tuttavia, il primo cittadino, e la quasi totalità della classe politica e sindacale, non appena un amministratore delegato annuncia, parte la hola. Nonostante la pressoché oggettiva e surreale proposta di costruire sommergibili in una realtà in cui, buttiamola lì provocatoriamente, si potrebbero al massimo mettere a punto giocattoli finanziati dal Polo Nazionale della Subacquea, ossia dalle casse dello Stato e dalle tasche dei contribuenti.
Dunque a cosa servirebbe annunciare? Un'operazione del tutto mediatica? Fatto sta che da settimane l'onda del fermento e dell'indignazione popolare per l'operazione Basi blu sta salendo. Ma attenzione. Si tratta dell'ampliamento della base navale, non dell'Arsenale retrostante. Tuttavia l'ampliamento della base sarebbe un cavallo di Troia per impedire ogni forma di demilitarizzazione. Il solo annuncio di un'azienda che investirebbe, non si sa quanto, e che produrrebbe, non si sa cosa, crea le condizioni per tentare di far dimenticare le condizioni pietose in cui versano le aree arsenalizie, ossia l'evidenza oggettiva di quale possibilità di riconversione e restituzione di tali aree la comunità potrebbe beneficiare.
La realtà delle cose è assai semplice. La Marina militare non cede un metro quadrato di ciò che ha sottratto alla città 150 anni fa. In quel secolo e mezzo, tutto ciò che era plausibile per giustificare un esproprio è sparito letteralmente, lasciando posto all'abbandono e all'inquinamento. Ora se nessuno che potrebbe rappresentare la classe lavoratrice o la comunità in generale, ha il coraggio di proporre una visione di riconversione e di restituzione, è un problema quasi come lo stato in cui versano 900.000 metri quadrati di abbandono.
Le poche strutture agibili sono le officine polifunzionali, dove le lavorazioni sono talmente irrilevanti da rendere inimmaginabile una "conversione" per una produzione per nulla trascurabile, come quella di un sommergibile. Giusto per dare un'idea, l'Arsenale spezzino non vara un'unità militare dal 1974. Quindi secondo l'annuncio, da qui al 2030, sarebbe adibito a una produzione che non esiste da almeno 50 anni. Strutture dove mancano i carroponti ma in compenso ci sono gli alberi che vi sono cresciuti dentro. Bacini di carenaggio che fanno acqua da tutte le parti...
Potremmo dire, staremo a vedere, ma a differenza dell'ignavia dilagante, dovremmo dire, ma di che state parlando? Una costruzione di un sommergibile comporta l’impiego di utensili per la barenatura, necessita di officine adibite e certificate, in un contesto la cui unica certificazione parrebbe fornita dai cerbiatti che si rinfrescano dalla calura estiva. Il paradosso è chiuso dalle dichiarazioni del massimo esponente degli industriali spezzini, notoriamente interessati al patrimonio immobiliare.
La notizia, se confermata, rappresenta una sostanziale novità da leggere in chiave positiva. Conferma la crescente focalizzazione sul settore militare, all’interno del quale la città ha un ruolo centrale. Si tratta, infatti, di aree tanto preziose quanto attualmente sotto-impiegate. Confindustria La Spezia ne ha da sempre auspicato un utilizzo produttivo. Attendiamo, di conseguenza, di comprendere meglio il perimetro dell’apertura della Marina Militare. L’impatto sull’economia locale sarà certamente positivo, ma andrà valutato.
Alessandro Laghezza (Presidente Confindustria La Spezia)
Questa è semplicemente l'ultima edizione di uno sceneggiato ormai deludente e talmente sciatto da aver ampiamente stancato. Se dimostra qualcosa è che politica e ampi settori sindacali, non sanno nemmeno di cosa stanno parlando. Tanto chi legge ne sa anche meno di loro, quindi, probabilmente, si sentono in dovere di mandare la palla in tribuna. Poi si sa che se una litania la si ripete all'infinito, può diventare una verità. L'unica verità è che allo stato attuale, le aree militari spezzine sono il museo degli annunci, forse l'unico che resta aperto e fa cassa. Si sono annunciati 700 poti di lavoro. Mai visti. Si sono annunciati milioni di euro di lavori di ammodernamento. Mai eseguiti. Si è annunciato l'intervento dei privati. Ma le dichiarazioni di Crosetto sono datate ormai 3 anni. Annunci.
La realtà, oltre alla prassi dell'annuncio, è che Comune, provincia e Regione sono enti totalmente assenti in termini di proposta e di programmazione, rispetto ad una porzione di territorio dello Stato, che da decenni è in abbandono totale. Si aspetta la mano santa di un "benefattore", che magari riporti in mezzo alle case un'attività industriale. Questo implica due aspetti, riferibili all'applicazione del primo articolo della Costituzione: L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Il primo è che l'elargizione di qualche posto di lavoro è subordinata agli interessi privati e non a quelli di una collettività. Si chiama ricatto, non occupazione. Tant'è che una repubblica fondata sul lavoro, e non sul ricatto che su di esso si può esercitare, dovrebbe tutelare una comunità in tal senso. Il secondo aspetto è la totale assenza di utilità della rappresentanza democratica. Ma questo è un aspetto sul quale si può prendere coscienza solo assistendo ad un consiglio comunale, come quello straordinario su basi blu. Ma se pensiamo che la militarizzazione dei nostri territori sia funzionale a se stessa, ci sbaglieremo di grosso. Il punto, in tutto ciò, è quale modello di Difesa si struttura in una repubblica che annovera nella sua Costituzione, l'art.11.
Il re è nudo. 805 milioni verranno buttati per cementificare ulteriormente la darsena Duca degli Abruzzi, adeguando agli standard NATO la base spezzina. 38 milioni saranno gettati per costruire un molo ed ampliare il Sea Terminal NATO al Muggiano e fornire ancora più carburante alle basi aeree di Ghedi, Aviano, Forlì e all'aeroporto militare di Pisa. L'area dell'Arsenale non vedrà un metro quadrato ridato alla città. In un quadro simile, senza la pretesa di avere ragione, occorre sedersi dalla parte del torto e costruire una mobilitazione in cui una comunità si riappropri della propria sovranità. Non domandiamoci cosa produciamo. Sono questioni di lana caprina, esercizi retorici che ormai sono tramontati. D'altronde, nell'era post moderna, oltre all'annuncio assunto come atto e come verità indiscutibile, occorre non dimenticare che siamo sudditi e il passo alla servitù della gleba è dietro l'angolo. Tutto, in fondo, sarà niente.
