Analisi Global Local
William Domenichini  

Accordo Iren, Mekorot. La politica che fa?

Parafrasando Danny DeVito in quell’intramontabile incipit di LA Confidential, non è una notizia di prima mano, per nulla ufficiosa, per cui non resti fra noi: accordo tra Iren e Mekorot e la politica che fa?

Iren, il colosso multiutility italiana del Nord Ovest controllata al 51% da comuni italiani (Torino, Reggio Emilia, Genova e poi con quote minori Parma, Piacenza e altri piccole municipalità, tra cui i comuni spezzini) e Mekorot, la compagnia idrica nazionale di Israele, hanno siglato un protocollo d’intesa per lo sviluppo e la condivisione delle rispettive conoscenze industriali nel settore idrico. Per fare cosa? Il protocollo definirà le linee guida di una piattaforma per la fornitura di servizi di consulenza reciproca, la partecipazione a progetti comuni oltre alla condivisione di processi e tecnologie inerenti il settore delle acque.

L’accordo Iren e Mekorot pone le basi per la sperimentazione e commercializzazione di tecnologie in settori industriali comuni per sfruttare le rispettive eccellenze. Collaboreranno anche allo sviluppo e commercializzazione di tecnologie, ricercando congiuntamente cofinanziamenti in attività di R&S anche attraverso la partecipazione ai bandi di Horizon Europe.

Il Presidente di Iren, Luca Dal Fabbro, afferma: “L’accordo che Iren ha raggiunto con Mekorot consente alle due aziende di beneficiare della condivisione dei rispettivi know-how, con il grande vantaggio di poter accedere da un lato a soluzioni tecnologiche e organizzative di eccellenza, tipiche dell’ecosistema israeliano, e dall’altro di testare differenti soluzioni nel complesso ambito europeo”. E aggiunge: “Tutto questo in un momento in cui le risorse idriche stanno diventando sempre più scarse, anche in regioni geografiche che erroneamente si credeva avessero risorse infinite, come ci ha insegnato la forte siccità registrata la scorsa estate nel Nord Italia”.

Rimanendo nel campo cinematografico, fin qui tutto bene, il problema non è la caduta, è l’atterraggio. Facciamo un passo indietro. Nel 1967 in medio-oriente scoppiò la guerra dei sei giorni, a cui seguì l’occupazione israeliana della Cisgiordania e delle alture del Golan. Quell’operazione fu progettata anche per scopi idrici, tant’è che il Headwater Diversion Plan di Siria e Giordania prevedeva la costruzione di una diga lungo il fiume Giordano, per deviarne il corso prima del suo sfociare nel Mare di Galilea.

Oggi le acque della Cisgiordania sono gestite da una compagnia idrica israeliana, la Mekorot Water Company, ed i coloni dei territori cisgiordani occupati ricevono una quantità d’acqua tre volte e mezzo superiore alla quota destinata ai palestinesi, i quali hanno il “lusso” di consumare dai 50 ai 70 litri/giorno. La conseguenza generale è che un israeliano consuma in media 370 metri cubi all’anno, un colono fra i 640 e i 1.480, un palestinese all’incirca 100. Esistono ordinanze militari israeliane che vietano ai palestinesi di possedere un impianto idrico senza un permesso dell’autorità militare, impediscono di scavare nuovi pozzi, limitano quelli esistenti a non superare i 140 metri di profondità, mentre i pozzi israeliani raggiungono anche gli 800 metri. Nei villaggi rurali palestinesi l’acqua arriva solo poche ore al giorno e non per cause tecniche, ma perché la compagnia israeliana può decidere arbitrariamente di toglierla ai palestinesi per garantirla ai coloni ed alle loro coltivazioni. Come se non bastasse il tracciato della tristemente famosa Israeli West Bank barrier segue con cura le principali colonie garantendo anche il possesso delle terre “migliori”, racchiudendo gli accessi ottimali all’acqua e, talvolta, separando i pozzi dalle terre coltivate dai palestinesi.

Riavvolgiamo le bobine. L’accordo tra la Iren e Mekorot non è passato inosservato, suscitando la reazione di alcune realtà locali, nelle regioni in cui Iren opera. Tra i primi a prendere posizione i sindacati confederali. Cgil, Cisl e Uil Reggio Emilia, che definiscono il protocollo d’intesa “inopportuno“, viste le accuse di violazioni del diritto internazionale che pesano su Mekorot, a partire dal “prosciugamento delle falde idriche palestinesi per fornire tali risorse alle colonie israeliane. Non può una società come Iren, unitamente alle amministrazioni comunali che la controllano, rendersi complice di una simile situazione che prosegue ormai da decenni“. E come dargli torto?

Alla Spezia, dove Iren ha acquisito l’ex municipalizzata Acam in mezzo ad una tempesta economico-finanziaria che rischiava di farla affondare, il silenzio sulla vicenda appare assordante. Forse è solo un’involuzione sociale e politica, a cui assistiamo inermi. Quanto sono lontani i tempi in cui il comune spezzino organizzò la Conferenza europea per la pace in Medio Oriente (11 e 12 aprile 2007), un’iniziativa di pace tesa a rinsaldare e sviluppare i rapporti di amicizia che legano le città di Jenin ed Haifa all’Europa e a gettare le basi per nuovi progetti concreti di cooperazione.

Quell’appuntamento si pose l’obiettivo di costruire un coordinamento europeo tra quanti operano con Jenin e Haifa e iniziare un percorso di collaborazione che valorizzi le attività in corso, accresca la cooperazione sia da un punto di vista pratico che politico, promuova nuovi progetti ed estenda la rete degli enti Locali che lavorano per la pace in Medio Oriente. 16 anni fa enti locali israeliani, palestinesi, comune e la provincia della Spezia, la Regione Liguria e il Coordinamento nazionale enti locali per la pace e i diritti umani siglarono due protocolli di intesa con i comuni di Haifa e Jenin tesi a promuovere il dialogo, la pace e la cooperazione tra israeliani e palestinesi, preliminari alla stipula di un patto trilaterale tra La Spezia, Haifa e Jenin. Oggi la multiutility che gestisce la nostra acqua chiude un protocollo con la corporate israeliana che asseta il popolo palestinese.

Involuzione della specie. accordo tra Iren e Mekorot e la politica che fa? Se c’è un sindaco, batta un colpo, perché l’assessora alla cooperazione internazionale è impegnata in parlamento.


Non c'è abbastanza acqua per i palestinesi

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L'ultimo arrivato!

Questo bellissimo saggio ci racconta come la cultura di guerra e di morte genera gli stessi mostri in tutto il Paese: pessimismo, obbedienza, passività, senso di sconfitta, conformismo, opportunismo, clientelismo. Figli di un dio minore, vittime e colpevoli allo stesso tempo dei propri mali. Politici e rappresentanti istituzionali fotocopia. Iene e sciacalli ai banchetti delle opere pubbliche e gattopardi perché cambi tutto purché non cambi nulla.

Lo scenario che ci delinea e ci offre queste pagine che seguiranno è certamente doloroso, tragico, inquietante, ma in questo suo coraggioso e generoso atto di denuncia traspare sempre lo smisurato amore per La Spezia, per il suo Golfo, il suo Mare. Pagine e immagini che feriscono il cuore ma in cui respiriamo ancora speranza ed utopia. Che un’altra città sia davvero ancora possibile, viva, libera, aperta, felice. Un laboratorio di Pace.

Antonio Mazzeo

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