Ambiente Analisi Local Pace
William Domenichini  

Anche le montagne s'incontrano

In una delle mie vite passate mi sono spesso occupato della fragilità del territorio, arrivando alla convinzione che anche le montagne s'incontrano.

Un antico proverbio arabo recita che «l’odore dei soldi fa deviare anche il corso dei fiumi», mentre le moderne politiche occidentali dimenticano i beni comuni in favore del profitto, la difesa del territorio, il sostegno dell’agricoltura rurale, la gestione delle acque, favorendo opere inutili o dannose. Non scomodiamo casi nazionali (ponte sullo stretto, TAV, Mose, ecc.), pensiamo ai nostri comuni, dove si preferiscono opere elettoralmente accattivanti, o oneri di urbanizzazione, piuttosto che investire sulla messa in sicurezza e di conseguenza in un percorso di “legalità ecologica”. In altri termini la collettività ha perso la capacità di prevedere e di prevenire, condizionata da scelte strategiche che avvantaggiano pochi in un sistema in cui è più remunerativo ricostruire.

Per chi vive una terra che frana, come la Liguria, ciò che è accaduto in Sicilia, a Niscemi, dovrebbe far pensare. Cambia il clima, ma sembrerebbe questione da radical chic, tant'è che nonostante compaiano uragani nel Mediterraneo, non pare si voglia affrontare la questione. Quando la pianificazione urbanistica esiste, molto spesso fa riferimento alla legge del cemento. Quando si elude, non ci si pone il tema del diritto ad avere una casa, ma si punta il dito sull'abusivismo, come se questo aspetto piovesse dal cielo. Come spesso accade, ci troviamo di fronte a tragedie annunciate. Fiumi che esondano laddove si costruiscono centri commerciali, frane che fanno il loro dovere (franano) laddove si costruisce. In che contesto? Di abbandono o di desertificazione dell'ambiente circostante.

C'è un altro elemento che in pochi hanno ancora posto. Quello della militarizzazione. Senz'altro un caso, tuttavia le modificazioni ambientali che la militarizzazione dei territori comporta sono ormai del tutto evidenti. Almeno a chi si pone la questione. Senza contare l'impatto sull'ambiente, e sulla salute, delle attività militari. La tragedia di Niscemi, è evidente, non ha una correlazione diretta con il MUOS, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) di Niscemi, gestita dalla marina militare degli Stati Uniti d'America.  La strumentalizzazione di certe denunce è ridicola almeno quanto il loro contenuto. L'aspetto che è stato posto invece è serio assai. Cosa c'era prima di un'enorme area recintata con il cartello "Zona militare"? La riserva naturale orientata Sughereta di Niscemi.

Da un lato c'era un ambiente naturale, autoctono, in grado di mantenere un equilibrio e di assorbire gli eventi naturali. Poi c'è il processo di colonizzazione del nostro paese, la cessione di sovranità e le attività militari connesse in quel contesto. Qualcuno penserà, in fondo è una questione tutta siciliana. Fatti loro. Per quanto potrebbe essere un approccio discutibile in termini "etici", lo diventa in termini "pratici". Non vi torna? Proviamo a rispondere ad una domanda semplice. Siamo proprio sicuri che i nostri territori non siano immuni da fragilità che potrebbero essere causate dalla militarizzazione?

Ecco che dal cuore della Sicilia ci possiamo spostare al golfo dei poeti e, se volete, all'interno della provincia spezzina. Il 20 marzo 2004, viene pubblicata un'inchiesta da Il Manifesto. Il titolo è senza mezzi termini: "La bomba ecologica di La Spezia". Oggetto del questionare è il NATO POL e le criticità che ne deriverebbero. Lasciamo da parte ogni questione sull'opportunità di avere sotto le case una struttura che riceve carburante dalle petroliere approdate nel golfo, per immagazzinarlo sotto altre case e pomparlo fino a Brescia, Pordenone o Forlì.

Prendiamo lo strano caso della strada provinciale tra Fornola e Bottagna, in località Ripa, nel comune di Vezzano Ligure. Provincia della Spezia, Regione Liguria, Italia. L'11 maggio 2010, un grave smottamento causò la chiusura della strada e l'inizio di un calvario durato anni. Un calvario non privo di croci. Una fu destinata a Maria Teresa Marcocci, sovrintendente della Polizia Stradale di 42 anni, morta l'8 dicembre 2010, a seguito di una ulteriore frana, avvenuta proprio nello stesso luogo: la strada della Ripa.

Perché scomodare uno degli eventi più traumatici, relativi al dissesto idrogeologico ligure? Forse perché la frana della Ripa dista, a spanne, circa 150 metri dall'area militare. Si tratta dell'area di stoccaggio nel N.I.P.S. "Val di Magra". 6 serbatoi da 24.000 mc per carburante Jet A1, 4 serbatoi da 16.000 mc per diesel, un serbatoio da 100 mc per Slop, per un totale di 11 strutture di stoccaggio da circa 40.100 mc. A distanza di anni da quei fatti drammatici, non risulterebbe che vi siano state istituzioni o comitati, che abbiano posto il tema della sicurezza di un sito, ça va sans dire, oggettivamente a rischio, in relazione alla criticità del territorio circostante.

Beninteso che la situazione è ben peggio di quella descritta finora. Sul crinale instabile e franoso, c'è il borgo di Vezzano Ligure. Dall'altra parte del versante, nella rigogliosa gola di pian del Molinello, tra vitigni e oliveti, sorge un sito, chiaramente recintato e cartellonato (Zona militare), al cui interno dormono sonni tranquilli altre installazioni del NATO POL. 3 serbatoi da 30.000 mc per carburante JET-A1, 1 serbatoio da 10.000 mc di diesel e 1 serbatoio da 200 mc per Slop. Totale 40.200 mc. In sostanza, solo nel comune di Vezzano Ligure, da due versanti, esistono strutture per stoccare circa 80 mila mc di idrocarburi, destinati ad uso militare. Giusto per avere un termine di raffronto, dell'intera rete NIPS, solo lo "snodo" di Collecchio conta un sito di stoccaggio paragonabile, ma che arriva solo a 42.750 mc.

Questo non significa che di fronte ad una serie di eventi drammatici di sconvolgimento del territorio si debba puntare il dito su questo o quello. Occorre essere ben più seri di certe testate giornalistiche. Tuttavia di fronte ad una serie di criticità, chi controlla in termini di sicurezza? Chi garantisce che vi sia un monitoraggio? Quale trasparenza c'è in tal senso?

Domande che verrebbe da dirsi legittime, in un paese ormai assuefatto alle tragedie e alla ricerca postuma delle cause e delle responsabilità. Certamente fa pensare che il potenziamento del molo NATO rientra a pieno titolo in quelle opere che passano inosservate, ma che avrebbero un discreto impatto nella vita delle comunità. Il fatto che sia una struttura militare la direbbe lunga su quanto le comunità subiscano una totale assenza di sovranità, derubricando la loro condizione di cittadinanza a quella di sudditanza. La criticità del NIPS, passerebbe dall'ampliamento del Sea Terminal, uno scherzo che costerebbe alle tasche pubbliche circa 40 milioni di euro, alle condizioni di sicurezza dell'intera infrastruttura.

La vicenda di Niscemi dimostra, casomai ce ne fosse bisogno, che tutto il nostro territorio nazionale fa i conti con la relazione tra comunità e militarizzazione del territorio. Se non volessimo scomodare l'impatto geopolitico, senz'altro in termini di trasparenza e di monitoraggio. Un monito che consegue un bivio. Ignorare le criticità, i possibili rischi e voltarsi dall'altra parte, oppure chiedere conto di ciò che i nostri territori pagano e porvi rimedia. Non ci sono alibi che tengono, in ballo ci sono questioni di ampio respiro. La sicurezza, il concetto stesso di cittadinanza, a fronte di un lassez-faire e una visione colonialista che il nostro paese sta subendo da ormai 80 anni.


Antonio Mazzeo affronta e racconta la questione "Niscemi". Vale la pena ascoltarlo.

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Antonio Mazzeo

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